PASQUALE MATTEJ SULLE ORIGINI DEL NOME: FORMIA

PASQUALE MATTEJ SULLE ORIGINI DEL NOME: FORMIA
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Il nostro concittadino sul suo testo “Studi sul dialetto di Formia “
così scrive a proposito della parola :

Formale – Ossia condotto d’acqua corrente. La voce è tanto antica e derivata dal latino quanto lo sarebbe il nome di Formia, secondo che taluni lasciarono scritto: come appunto occasionata dalle tante acque quivi fluenti e contenute in canali di fabbrica chiamate “forme” nel luogo ed anche “formeli” .
Ma anche altrove ha senso la parola “formale ” e specialmente in Napoli.
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Quindi il nome Formia , secondo taluni, deriverebbe dalla parola: Formale

Comunque sono sicuro che , allo stesso Pasquale Mattej e a noi tutti , piace di più quanto pervenutoci da storici antichi che , in merito, non avevano alcun dubbio.

Il toponimo FORMIA deriva dalla parola greca:

Hormiae (Όρμιαι,)
facile approdo

Raffaele Capolino

LA VENERE AFRODISIA DI FORMIA

LA VENERE AFRODISIA DI FORMIA

Il disegno di Pasquale Mattej del 1857 è la foto n. 2. Il reperto trovato misurava palmi 6 e 1/4 pari a cm 162. 5, quindi a grandezza naturale.

Le altre foto ci danno ben l’idea di come potesse essere la nostra Venere che, molto probabilmente, solo il Mattej e Luigi Capolino che la rinvenne in una sua proprietà nei pressi della Chiesa di S.Teresa, ebbero il privilegio di poterla ammirare in tutta la sua bellezza.

Scoperta nel 1857 scomparve dopo neppure un trentennio per comparire fin dal 1886 alla Corcoran Gallery di Washington.

Ora starà in qualche abitazione privata di qualche ricco statunitense che l’acquisto’ nel 1982 ad un’asta della Sotheby’s pagandola non meno del prezzo d’asta fissato a 40.000 – 60.000 dollari.

Notizie tratte da un articolo di Marisa De Spagnolis pubblicato sul Formianum III del 1995.

Raffaele Capolino

L’ISCRIZIONE RIGUARDANTE UN PROCURATORE IMPERIALE CHE OPERÒ A FORMIAE

L’ISCRIZIONE RIGUARDANTE UN PROCURATORE IMPERIALE CHE OPERÒ A FORMIAE.
Trovata e conservata a Roma

Si tratta di una epigrafe funeraria , dell’età Giulio-Claudia , dedicata da Cornelia Bellica a suo marito Tiberio Claudio Speclator, un liberto nominato procuratore di una massa imperiale detta Laurento nei pressi di ” Formis , Fundis e Caietae “
Molto probabilmente, questo personaggio aveva già gestito il patrimonio privato di Augusto che aveva beni a Formia , Fondi e Gaeta.
Patrimonio che , alla morte di Augusto, passò a Tiberio.

E’ probabile che il soprannome SPECLATOR nacque dalla capacità di un servo a far crescere il “peculium”, una somma di danaro affidatagli dal dominus che ne rimaneva però sempre proprietario.
Era, in pratica, un sistema di selezione e di gara tra la servitù per scegliere e affrancare i servi più intraprendenti .
Penso che siano state queste situazioni a far nascere il termine moderno “speculatore”.

I romani avevano capito che i liberti avevano nel loro DNA capacità non sempre riscontrabili in figli di nobili facoltosi.

In effetti nella zona di Vindicio-Pontone , come ci viene riferito da scritti di P.Corbo e M.Liberace, esisteva una “massa Laurentiana” che, dopo la caduta dell’impero romano, divenne parte del patrimonio della Chiesa Formiana.

Al tempo dei romani, come riferisce l’epigrafe oggetto di questo articolo, la proprietà imperiale di Laurento ospitava un ” Vivarium di elefanti” destinati, forse, a spettacoli gladiatori di anfiteatri più vicini come quelli di Fondi, Formia e Minturno.

Giovenale ( XII , 102-107) , cita due altri liberti “Speclatores” : Posides e Creticus.
Quest’ultimo, come riferisce lo stesso Giovenale (50-127 d. C.), fu un architetto che operò e costruì diverse ville sulla costa di Formia .

L’iscrizione censita: CIL VI 8583 ILS 1578, fu rinvenuta , diversi anni fa, al centro di Roma in Via Santa Maria e sembra sia conservata nella Galleria delle iscrizioni dei Musei Vaticani.

Il patrimonio immobiliare imperiale si incrementava sempre più sia per i lasciti testamentari in favore degli imperatori, sia per i trasferimenti successori tra gli stessi imperatori .

Per questo si ricorreva alle capacità amministrative di procuratori liberti come Tiberio Claudio Speclator, uno schiavo reso libero da qualcuno della Gens Claudia , forse addirittura dall’imperatore Tiberio.

A Formiae abbiamo avuto otto casi di Procuratori Imperiali comprovati da epigrafi.

Raffaele Capolino

LA STATUA DELLA CIBELE DI FORMIA CONSERVATA A COPENAGHEN

LA STATUA DELLA CIBELE DI FORMIA CONSERVATA A COPENAGHEN

Nel Ny Carlsberg Glyptotek , museo di Copenaghen in Danimarca , tra le tante opere archeologiche accumulate sul finire dell’800 dall’industriale della famosa birra Carlsberg , Carl Jacobsen , è custodita una splendida statua romana della dea Cibele ritrovata a Formia nel 1892. Il culto di Cibele venne importato a Roma dalla Frigia in Asia Minore dopo le guerre puniche , circa nel 200 a.c. , considerata una Magna Mater si diffuse rapidamente in Terra Aurunca dove già in epoca preromana era diffuso il culto delle Etrusche ed Osche Matres Matute.

Nell’estate del1892 fu rinvenuta in località Arcella, detta anche Rinchiusa, da Erasmo Scipione di Formia.
Fu interessato l’ispettore onorario Angelo Rubino che , considerata l’importanza del ritrovamento, fece intervenire sul luogo un altro suo collega Antonio Sogliano che così relaziono’:

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” È una statua muliebre, sedente, alta Mt 1,75.e rappresenta una giovane donna, di aspetto matronale, con corona turrita sul capo. I capelli divisi nel mezzo e leggermente ondulati , come nei ritratti imperiali femminili di buona epoca, incorniciano la fronte, ed annodati in fascio sulla nuca, cadono sciolti sulle spalle.

Siede sopra una specie di masso, e veste un chirone senza maniche, recinto nella vita, con ampio manto sovrapposto, che poggiando con un lembo sulla spalla sinistra, le ravvolge la parte inferiore della persona.
Ha i piedi muniti di sandali.

Era formata di parecchi pezzi, cioè la testa incastrata nel busto, le braccia imperniate e anche la parte anteriore dei piedi fermata con perni.
Tutti questi pezzi si rinvennero distaccati, e le braccia per giunta rotte nei polsi con le mani prive delle dita. Il naso è scheggiato nella punta, e l ‘orecchio destro è andato perduto con porzione di capelli, ma da un fiorellino appare che anche questo fosse un tempo riattaccato con piccolo pernio.

L’ orecchio sinistro è perforato per un pendente di metallo, l’epidermide del marmo è in parte corrosa dalle acque, ma in generale la conservazione è piuttosto buona. Lo stesso si può dire della esecuzione, quantunque la statua sembri essere stata ornamentale, cioè potendosi dimostrare anche pel fatto che la statua nella parte posteriore fu condotta con lavoro molto trascurato. “
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Un secondo rinvenimento avvenne sempre nella zona Arcella-Rinchiusa, ed ancora nella proprietà di Erasmo Scipione di Formia.

Scrisse Angelo Rubino , in una sua relazione del 4 gennaio 1893 :

” Il ritrovamento di due piccoli leoni nella stessa proprietà di Erasmo Scipione, dove nell’estate scorsa era stata scoperta una statua. I due piccoli leoni, seduti sopra le anche con le teste alzate, sono alti 70 centimetri.
Sono in cattivo stato ed hanno un buco che fa supporre l’accoppiamento con una statua.
Il tutto fa pensare che la statua con la corona turrita ritrovata in estate rappresenti una Cibele e doveva accompagnarsi ai leoni. “

Quindi anche la Cibele Formiana rinvenuta nel 1892 , ora al Museo Carlsberg di Copenaghen, aveva ai suoi lati due leoni , esattamente come le statue di Cibele ritrovate in altre città .

La dea Cibele era seduta in trono fra i leoni, con indosso il chitone e la fronte cinta da una corona murale. Aveva nella mano destra una patera e sotto la sinistra un timpano.

Lo stesso ispettore Angelo Rubino, in data 19 luglio 1982 scrisse quanto pubblicato tra gli Atti della R. Accademia dei Lincei:

” Sulla provinciale che da Formia mena a Gaeta , a circa due chilometri dall’abitato di Formia , si trova la traversa detta della Cansatoia , che anticamente era la via principale per andare a Gaeta, ora rimasta consortile tra i due comuni. A 300 metri circa dall’innesto , verso il mare trovasi il fondo denominato Rinchiusa o Ascella ( Arcella) , tenimento di Gaeta , di proprietà di Erasmo Scipione da Formia. ……”

La scrittrice Paola Poli Carpi scrive :

” 1893 il 2 gennaio 1893 l’ispettore Rubino scrive da Formia al Ministro della Pubblica Istruzione
Oggetto : Rinvenimento di oggetti antichi
Quello stesso Erasmo Scipione che nell’estate scorsa rinvenne nel proprio fondo una statua con corona turrita, ( rapporto 9 luglio 1892 n. 20) , nel continuare gli scavi per l’impianto di un vigneto ha in questi giorni ritrovato questi animali in marmo [i due leoni ] in prossimita’ della statua , che lasciano facilmente intuire che la stessa avesse potuto rappresentare una Cibele “

Le relazioni dei due ispettori onorari Angelo Rubino e Antonio Sogliano , non lasciano dubbi sulle
modalità del ritrovamento dei reperti , avvenuto in due tempi diversi.

Eliseo Borghi, un antiquario romano che tentò invano nel 1895 di estrarre le due navi romane dal Lago di Nemi, e che aveva un vasto deposito di statue e reperti romani in Via Sistina:
” ha chiesto di poter riesportare la statua di Cibele trovata a Formia nel 1892, che fu importata temporaneamente a Roma, …………”

Fino al 1909 lo stato italiano non aveva una legge di tutela dei reperti archeologici.
Chiunque avesse trovato nel suo terreno reperti , ne diventava proprietario assoluto e poteva venderli a chiunque senza commettere alcun reato.

Possiamo pertanto ipotizzare che la statua della Cibele dopo essere stata trasportata a Roma fu acquistata da Carl Jacobsen e trasferita a Copenaghen.

Raffaele Capolino

TUTTI I VESCOVI DI FORMIA DAL 303 d.C. ALL’ 867 d.C.

TUTTI I VESCOVI DI FORMIA DAL 303 d.C. ALL’ 867 d.C.

Non sono stati pochi. Ne sono stati individuati quindici ma ne mancano moltissimi per vuoti storici non ricostruibili :

( C.R. sta per Concilio Romano)

1) S.Probo nel 303 circa.
2) Martiniano , nominato dal C.R. nel 487
3) Adeodato, nominato nel C.R. nel 499, dal Papa Simmaco
4) Andrea , dal 502 al 529
5) Bacauda , nel 590 nom.dal Papa Gregorio Magno
6) Albino, nel 597 nom. dal Papa Gregorio Magno
7) Bonito, nel 680 nom.da Papa Martino l
8) Adeodato ll , nel 680 nom.da Papa Agatone
9) Campolo, nel 788 nom.da Papa Adriano ll
10)Leone , nell’800 nom.da Papa Leone Ill
11)Giovanni, nel 829
12)Leone l
13)Costantino , fino al 845
14)Talaro, nell’853 nom. da Papa Leone lV
15) Gregorio, nell’861 nom.dal Papa Nicola l (Niccolò l)

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Ranfo ( o Ramfo o Rainulfo) fu il primo Vescovo di Gaeta dall’867 all’898

Ci sono molti vuoti tra S.Probo e Martiniano, tra Andrea e Bacauda, tra Albino e Bonito e tra Adeodato ll e Campolo , per un totale di quasi quattro secoli .

Si può ipotizzare che in questo arco di tempo i vescovi non individuati possano essere stati almeno una quarantina da aggiungere numericamente ai quindici sopra menzionati.

Infine è doveroso citare S. Erasmo, forse già Vescovo di Antiochia, che venne a Formia.
Si narra che , dopo appena sette giorni, fu sottoposto a martirio per eviscerazione il 2 giugno del 303 d. C., durante l’impero di Diocleziano.
I suoi resti mortali, trovati nella cripta della Chiesa di S. Erasmo di Formia , furono traslati nell’842 a Gaeta dove sono conservati nel “Succorpo ” della Cattedrale.

Fonti: Annuario Gaetano 2014

Raffaele Capolino

LA VITA DEI NOSTRI AVI NEL CASTELLONE MEDIEVALE

LA VITA DEI NOSTRI AVI NEL CASTELLONE MEDIEVALE

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Con la caduta dell’impero romano d’Occidente ,  nel 476 d.C., ad opera dei goti, i cittadini di “Formiae” romana, dopo oltre 700 anni di  splendore e tranquillità  si ritrovarono  frequentemente  , ad essere aggrediti  da  eserciti longobardi che raggiungevano i nostri luoghi tramite le strade costruite da Roma .Non mancarono atti di pirateria da parte di popoli saraceni provenienti dal  mare.

In questo particolare contesto storico,  in cui la nostra città  veniva , giorno dopo giorno,  spogliata da tutto ciò che l’aveva resa nota e importante nel mondo  romano , i nostri avi furono costretti a   prendere decisioni diverse:

1 –  Una parte , che viveva di attività marinare,  decise di rimanere sulla costa e dette origine al borgo di Mola che resterà, per quasi mille anni , sempre legato alle sorti di Gaeta,   sia nel periodo del Ducato sia nei periodi successivi in cui Gaeta svolse il ruolo di città capodistretto.

2 –  Altri si rifugiarono sulle alture dei nostri Monti  Aurunci  e così nacquero  i borghi collinari  di  Maranola, Trivio  e  Castellonorato.

3 –  Un buon numero di notabili ,  assieme al numeroso clero di Castellone con a capo il Vescovo di Formia  Giovanni lll, nell’anno 842 si  rifugiarono  nella sicura Gaeta con  i resti sacri mortali  del Santo Erasmo che nascosero in un finto pilastro della Chiesa  di Santa Maria del Parco , oggi Cattedrale di Gaeta dedicata ai Santi Erasmo, Marciano e Maria Assunta.
Le spoglie mortali di S.Erasmo, che i nostri avi speravano di riportarsele a Formia, furono ritrovate  nel 919, dopo quasi un secolo, come ci viene riferito dal Vescovo  Bono di Gaeta.
Oggi sono custodite nel Succorpo della Cattedrale di Gaeta.

4 –  Altri ancora,  decisero di arroccarsi in quella che fu l’arce  della “Civitas Romana” ben protetta da mura poligonali .
Quest’ultima situazione darà vita ad un  borgo  che sarà chiamato “Castellone”  semplicemente perché  le sue caratteristiche erano  quelle di un   grande castello .

Inizialmente anche  il popolo di Castellone , dal punto di vista amministrativo,  fece parte del Ducato di Gaeta dall’876 fino al 1134 , quando fu  aggregato al Ducato di Fondi restandovi  fino al 1503.
In questo ultimo contesto storico- amministrativo , che durò quasi quattrocento anni,  il Conte Onorato I° Caetani, nel 1377,   fece erigere  la Torre  Ottagonale di S.Erasmo.
Questa torre, costruita su una grande  porta  di epoca romana, assieme ad altre undici  torri di forma circolare,  fatte erigere sempre da Onorato l °, costituiva un sistema  di difesa  e di avvistamento  necessario  per individuare , specie da mare , arrivi   indesiderati di  popoli saraceni dediti a ruberie e al rastrellamento di schiavi .

Dal 1503 e per altri tre secoli , con un piccolo intervallo in cui il nostro borgo fu dato dal Re Filippo Il di Spagna  in feudo al Principe di Stigliano,  Castellone ritornò nell’orbita Gaetana.
Nel 1820  , finalmente , il Re delle due Sicilie   Ferdinando l di  Borbone , decise di accorpare il due borghi  di Castellone e Mola per dar vita ad una amministrazione autonoma e così nacque il :

COMUNE DI CASTELLONE E MOLA

con sede comunale a Castellone  ex Palazzo Forcina.

Quest’ultima entità amministrativa il 13 marzo del 1862 , durante il Regno d’Italia dei Savoia ,  divenne:
           COMUNE DI FORMIA  

Ritorniamo ai nostri antenati che occuparono l’area  che oggi chiamiamo Castellone.

È noto che verso la fine dell’800  un gruppo di monaci Benedettini si stabilì a S.M.La Noce dove fu edificato, in breve tempo , una Chiesa e un dormitorio, in pratica un  eremo.
L’obiettivo  dei  Benedettini era quello di realizzare , nell’area del “Borsale ” sul lato occidentale della Chiesa di S.Erasmo,  un grande monastero.

Predetto Monastero e la Parrocchia di S.Erasmo  saranno in futuro, per i castellonesi,  punti di riferimento  per qualsiasi problematica di vita quotidiana.

La Chiesa di S.Erasmo è  detta di Castellone per la prima volta in una bolla pontificia di Papa Innocenzo ll , datata anno 1143 e diretta a ” Giovanni Abbate del Monastero di S.Erasmo di Castellone “, per cui possiamo ipotizzare che il toponimo  Castellone possa essere nato attorno  all’anno mille.

A Castellone venne a crearsi una sorta di signoria feudale con una subordinazione  verso gli abati “Benedettini ” fino a tutto il quindicesimo secolo  e , successivamente, verso i monaci  “Olivetani” fino all’avvento dei francesi nel 1799.
Molti castellonesi lavoravano come operai e contadini  nella Masseria del Monastero che si sviluppava in tutta l’area del “Borsale”.
Altri erano a servizio di facoltosi proprietari di estensioni terriere per la maggior parte distribuite nelle alture di S.Maria La Noce, Pagnano e Acervara.

Non ci sono testi storici  che narrano  come si svolgesse la  vita dei nostri avi nel periodo che va dall’anno mille fino all’avvento dei “Borbone”.
Ma possiamo immaginare  in quali condizioni di vita  i castellonesi abbiano trascorso questi lunghi secoli che furono tutti uguali per essere caratterizzati dalla povertà della maggior parte del popolo.

Non mancavano:
– problemi di ordine sanitario
– abitazioni inadatte
– alta percentuale di analfabeti
– morti per ricorrenti epidemie
– diversi periodi di carestie
e soprattutto:
– la costante paura di essere aggrediti, depredati e fatti schiavi da popoli che potevano  arrivare sia dal mare, sia attraverso l’Appia Antica.

Per i suddetti  motivi  la vita  dei nostri  avi si svolgeva  in un  grande castello  con quattro portoni di accesso quasi sempre chiusi ,  particolarmente di notte.
Per gli uomini , i rari  momenti di riposo e  di svago erano quelli trascorsi davanti ad un bicchiere di vino in cantine con gli amici , nelle poche  ore subito dopo il tramonto.

Le donne dovevano occuparsi della cura della casa, crescere ed educare i figli, cuocere il pane una volta la settimana, fare il bucato,  gestire  l’orto dietro  la casa  dove venivano allevati animali domestici utili per l’alimentazione.
Il somaro ,che era  l’unico mezzo di locomozione ,  sistemato nei locali a pianterreno, in pratica  faceva parte  del nucleo familiare.

L’attivita’ predominante a Castellone era quindi  quella agricola  e  artigianale .

Ogni famiglia  doveva organizzarsi  per produrre tutto ciò che poteva servire per i propri bisogni  alimentari .

Gli uomini dovevano pensare al lavoro, alla difesa del territorio e alla vita religiosa.
Le donne erano sottomesse prima alle decisioni del padre, poi a quelle del marito.
Per le donne contrarie alle decisioni paterne si aprivano le porte della clausura monacale.

Tra il periodo benedettino e quello olivetano ci fu un intervallo temporale di circa venti anni, in cui fu Abate Commendatario Perpetuo tal Giuliano della Rovere , nipote del Papa Sisto lV ( il papa della Cappella Sistina) che nel 1491 vendette ai Monaci Olivetani il monastero di Castellone per una rendita personale  annua di 334 ducati d’oro  che capitalizzati   corrispondono  a circa 700 milioni di euro odierni.

Gli Olivetani pensarono di aver fatto un grande affare, ma presto si resero conto di essere stati truffati da Giuliano Della Rovere che nascose loro le  considerevoli morosità dei Castellonesi nei confronti del Monastero per i numerosissimi terreni concessi in enfiteusi.
Tant’e’ che gli Olivetani, nel 1497 ,  sollecitarono il Papa Alessandro Vl ( Papa Borgia ) ad emettere con bolla papale una minaccia di scomunica per chi non avesse sistemato entro pochi giorni i suoi debiti verso gli Olivetani .
Poi successe che Papa Borgia morì , e  gli subentrò lo stesso Giuliano della Rovere  che prese il nome di Papa Giulio ll , il papa che si scontro’ piu volte con Michelangelo.
Le morosità dei Castellonesi non furono mai sistemate fino a quando nel  1806 i francesi soppressero gli ordini monastici con grandi proprietà.
Il Monastero di Castellone cessò di funzionare e delle morosità non se ne parlo’ più.

La Chiesa di S.Maria del Forno, oggi Chiesa di S.Anna al centro del borgo murato , svolse un ruolo importante per i castellonesi  essendo l’unica Chiesa all’interno dell’area perimetrale  protetta  da mura e torri.
Da tre censimenti,  sappiamo che nel 1658 a Castellone vi erano 1200 anime,  nel 1669 circa 1360 e nel 1736  precisamente 1927.
In meno di un secolo la popolazione aumentò del 60  %.

La progressiva crescita della popolazione ci fa capire che, nonostante tutte le difficoltà esistenziali, i castellonesi bene appresero l’arte di arrangiarsi e adeguarsi.

Nella Chiesa di S.Maria del Forno era custodito il Santissimo Sacramento  e l’Olio Santo per l’estrema unzione per chi di notte  fosse stato in punto di morire ,  non potendo ricorrere al  Parroco che viveva fuori le mura del castello.

Su questa Chiesa c’è una interessante relazione di Don Antonio Forcina , parroco dal 1919 per circa cinquant’anni a cavallo del periodo bellico.
In suddetto scritto e’ riportato che la Chiesa di S.Maria del Forno, fu eretta prima dell’anno mille ed è stata, in pratica ,  la prima Chiesa Parrocchiale di Formia.
La stessa Chiesa, ci riferisce  ancora Don Antonio  Forcina: ” si ritiene sia stata edificata sulle rovine dell’antica arce romana,  su un fabbricato romano, probabilmente un tempio pagano”.

Gli occupanti  francesi del 1799 trovarono predetta Chiesa  già chiamata  con il titolo di S.Anna ,  protettrice delle partorienti.

In questa  Chiesa avvennero diversi episodi curiosi, riportati da Roberto  Frecentese nei suoi testi per averli riscontrati nelle sue ricerche  e nella lettura di antichi documenti.
L’episodio più interessante è quello della trentaquattrenne Rosolina Capolino ,  avvenuto il 14 luglio del 1721,  esattamente trecento anni fa.
Nel momento della celebrazione eucaristica , officiante il prete settantaseienne  Carlo Lanzamano, Rosolina Capolino e altre donne del rione rimasero in piedi, forse anche perché la piccola Chiesa era piena di gente e all’ingresso non erano disponibili inginocchiatoi,  mentre tutti gli altri arrivati prima erano  inginocchiati come era d’uso.
Il sacerdote celebrante,  sdegnato e con voce alta  , ordinò loro di inginocchiarsi, per cui tutte obbedirono tranne Rosolina che rimase in piedi.
Ciò che provocò  ulteriore ira del celebrante che ,con linguaggio sferzante e termini offensivi, davanti a tutti i presenti, ribadi’ di nuovo  l’ordine alla giovane.

Ma Rosolina non si turbo’ per le offese , e rimase in piedi.

Al termine del rito celebrativo , fuori la Chiesa di S.Maria del Forno , Rosolina spiegò ad alcune sue amiche che non poteva inginocchiarsi per il semplice fatto di essere incinta di sette mesi.
Deve esserci stata qualche parola di troppo riguardante il sacerdote che , stando nei paraggi, ebbe modo di ascoltare le giustificazioni della giovane donna.
La reazione  del sacerdote fu quella di  strattonare con violenza  più volte Rosolina arrivando  a  strapparle dal capo il  ” muccaturo”  e  a darle finanche uno schiaffo.

Rosolina , affrontò con coraggio il prelato rinfacciandogli  che qualunque altro prete mai avrebbe approfittato  della sua funzione per insultare e mettere le mani addosso ad una donna incinta.

Dopodiché , Rosolina usci’ di corsa  dal Castellone  e andò a  raccontare quanto  successo al Parroco di S.Erasmo che redargui’   pesantemente il Lanzamano , riferendo il tutto al “Vicario Vescovile” .

Il processo di primo grado , istruito  con rapidità , avvenne  il 17 luglio del 1721 e si concluse con la condanna del sacerdote che fu incarcerato l’11 ottobre dello stesso anno e sospeso ‘ad divinis’ per cinque mesi
Su richiesta del condannato il carcere divenne ” domiciliare ” dal 22 novembre successivo.

Nel giudizio di secondo grado celebrato il 18 maggio del 1722 nella Curia di Gaeta, Rosolina non si presento’ ed  il Lanzamano , supportato dalle benevoli  testimonianze di  tre donne anziane  ( Vittoria Arpante, Maria Miele e Vittoria Palumbo) ,  venne assolto con  ribaltamento dell’iniziale condanna e con la censura della Capolino che dovette ingiustamente subire  una sorta di  miniscomunica .

Del resto, in quel contesto storico  di  “Chiesa maschilista ” , come direbbe oggi Papa Francesco ,  non poteva venir fuori  un verdetto diverso.

Dalle mie ricerche all’Archivio della Chiesa di S Erasmo,  risulta che Rosolina , nata il 25 maggio del 1687, era figlia di Angelo Capolino e Caterina Trinca .
Aveva sposato il 6 febbraio del  1714  Francesco Nasta , anch’egli  di Castellone,  il primo ottobre del 1721, e a circa due mesi dall’episodio con il Lanzamano,  partorì  una bambina alla quale impose il nome: Maria Santa .
La piccola Maria Santa morì  a quasi un anno di età e a pochi giorni  dalla data del  processo di secondo grado.
Forse per questo grave lutto , Rosolina non potette  essere presente al processo di 2° grado.

Rosolina partorì la prima figlia dopo sette dal matrimonio con Francesco Nasta.
In questo lasso di tempo chissà quante volte sarà entrata nella Chiesetta di S.Maria del Forno a pregare perché potesse partorire felicemente e al più presto con l’aiuto di S. Anna protettrice delle partorienti  !!!!!

Il papà di Rosolina si chiamava  come mio padre e mio figlio, un nome  ricorrente nell’albero genealogico della mia famiglia.

In effetti  il papà di Rosolina , Angelo Tommaso Antonio Capolino nato il 29 agosto del 1647,  prima della nascita di Rosolina  ,  ebbe nel 1670  un figlio maschio chiamato Luca Antonio ,  un  mio avo di decima  generazione, come  evidenziato nel mio albero genealogico ricostruito con l’aiuto di Don Antonio Punzo e Daniele Iadicicco.
Nello “Status Animarum” del 15 maggio 1724 , compilato dal curato di S.Erasmo  D. Paolo Maria Arigoni  è scritto che:
” Rosolina ed il  marito Francesco Nasta  dimorano  in Castellone  sulla strada che conduce alla torre ottagona edificata da Onorato l Caetani ed hanno una figliola in tenera età di nome Angela ,in ricordo del padre della Capolino”

Quindi la Rosolina ebbe , successivamente ai fatti sopra narrati, un secondo parto con la nascita  di Angela, e rinnovò il nome del suo papà e del mio avo .

Avrete certamente  capito perché, fra tanti racconti riguardanti la Chiesa di S.Maria del Forno,  ho scelto di farvi conoscere questo episodio in cui fu protagonista  Rosolina Capolino.

Una giovane donna che dimostrò tutto il suo coraggio in un mondo feudale  maschilista, con un atto di pura fierezza femminile.

Potremmo considerare Rosolina Capolino una  :
FEMMINISTA DI CASTELLONE   
          “ANTE LITTERAM” 

per avere , ben tre secoli fa, precorso i tempi per  un movimento femminile ,  che ancora oggi è in atto a pretendere  la  piena  parità di diritti con l’altro genere.

Ho il dovere di aggiungere che su questo periodo storico di Castellone medievale,  già altri amici più eruditi  di me hanno fatto ricerche e hanno scritto numerosi e interessanti testi che io ho consultato per poter scrivere questo mio modesto scritto, per cui ritengo sia giusto citare:
Don Antonio Punzo ,  Maurizio Liberace, Annibale Mansillo, Antonio Miele, Pompea Carnara  e
Roberto Frecentese.

Tutti questi amici hanno , altresi’,  contribuito a realizzare  l’Archivio  Storico della Chiesa di S.Erasmo,    una struttura preziosa per  ricostruire la storia di Formia , in particolare  quella di Castellone.

Raffaele Capolino

CIPPI MILIARI “BORBONICI” A FORMIA

CIPPI MILIARI “BORBONICI” A FORMIA

I cippi miliari Borbonici furono sistemati ,dopo il 1840, su tutte le strade del Regno delle due Sicilie con partenza dalla Capitale Napoli.
Furono posizionati a distanza di mt 1851,8 l’uno dall’altro .Il cippo era in pietra calcarea e il suo numero indicava la distanza di quel punto da Napoli, Capitale del Regno.

A Formia abbiamo il Miglio 48 di Via Abate Tosti , che tutti conoscono . Ma non tutti sanno che i cippi miliari a Formia , originariamente in numero di sei e tutti posti sulla Via Appia, sono invece tuttora visibili in quattro postazioni come in foto e nei punti appresso precisati.

Miglio 45 Visibile in località S Croce ( vedi foto 1 )

Miglio 46 Scomparso. Doveva essere posizionato nei pressi del bivio Appia-S Janni.

Miglio 47 Visibile in località S.Pietro nei pressi della Farmacia.( vedi foto 2 )

Miglio 48 Visibile in Via Abate Tosti all’ingresso del Vicoletto del Miglio. ( vedi foto 3 )
Rappresenta il miglio centrale di Formia ( allora comune di Castellone e Mola) che dista 48 miglia borboniche da Napoli , pari a km 86,88.

Miglio 49 Scomparso. Doveva trovarsi nella zona di S. Remigio.

Miglio 50 Visibile duecento metri prima dei Venticinque Ponti. ( vedi foto 4 ).
È l’unico posizionato sul lato sinistro dell’Appia venendo da Napoli, mentre gli altri li troviamo tutti sulla destra.

Il miglio borbonico era pari a metri 1851,8 mentre il miglio romano ,che corrispondeva a mille passi (ogni passo mt 1,48), era pari a mt. 1482,5.

All’infuori del nostro territorio troviamo a Scauri il miglio n. 43 e a Itri il miglio n. 54.

Si spera che i quattro cippi Borbonici restino ben conservati per le future generazioni come il Miliare romano LXXXVIII (88 miglia romane da Roma) tuttora conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Formia.

Raffaele Capolino