I VINI E LE ANFORE DEL FORMIANUM

I VINI E LE ANFORE DEL FORMIANUM
e altre storie del nostro territorio

Il poeta Orazio ( 65 a.C. – 8 a C.), intenditore di vini , un giorno dedicò un carme al suo amico Mecenate ( 68 a.C – 8 a C.) invitandolo nella sua fattoria della Sabina, con queste raccomandazioni:

” Berrai in tazze di poco pregio il modesto vino della Sabina che io stesso ho sigillato con pece. Tu bevi di solito il Cecubo e il vino spremuto da torchio caleno. Purtroppo nè le viti di Falerno né i colli di Formia alimentano i miei bicchieri. “

Plinio il Vecchio, grande esperto di vini, classificò invece prima il Cecubo ( antea coecubum) e poi il Falerno ( postea falernum)

Petronio , nella famosa cena fece offrire da Trimalcione il Cecubo ai convitati, affermando ” questo vino ha cento anni, esso ha vita più lunga dell’uomo” .

Cecubo si suppone derivi da “caecus” congiunto con ” bibeo”. Il bere del cieco con riferimento anche ad Appio Claudio il Cieco , che beveva solo questo vino del Formianum, e che fu il primo a scoprirlo e a farlo conoscere ai personaggi più influenti di Roma.

L’uva prodotta dai monti Cecubi dava origine ad un vino corposo ed intenso , amaro ed nel contempo dolce nei primi anni ma eccellente ancor più con l’invecchiamento oltre ad essere talmente carico nel colore da tingere il pavimento.
Difatti Orazio lo menzionava con il seguente verso ” vero tinget pavimentum superbo”

La fama del vino cecubo , come è ricordato da Marziale, crebbe per il singolare modo di fabbricazione e di conservazione.
In sostanza il vino , cotto e miscelato veniva sigillato con pece, incenso e cera nei ” dolia ” per essere poi sotterrato per consentirne una perfetta fermentazione.

Orazio, che frequentava sovente il nostro golfo, disse a Lucio Munazio Planco in un’ora di tristezza:

” Ricordati, o Planco, di dar tregua da saggio alle cure ed alle tristezze della vita col dolce Cecubo, col ‘ fumoso ‘ Falerno, con un’ora di rapimento che vale quanto cento almeno delle inerti o turbinose ore della restante tua vita. “

Il vinum Formianum , proprio dei nostri colli , era ritenuto pregiatissimo dai romani.
I nostri antenati erano in grado di produrre anche spumante che veniva conservato in “Dolia” mantenute a bassa temperatura con acqua fredda per impedirne la rapida fermentazione del mosto.

Il vino Falernum prodotto nella zona di Farano a Formia , era molto alcoolico tanto che i romani lo rendevano più leggero allungandolo con acqua, ed era di colore ambrato o bruno, raccomandato con dieci anni di invecchiamento e con due specie : il secco e il dolce.
Plinio il Vecchio, che lo apprezzava tantissimo e lo beveva senza miscelarlo con acqua, ne distingueva addirittura tre tipi : austerum, dulcis, tenuis.

I ” dolia ” che contenevano vini normali , venivano invece tappati ed interrati per 3/4 della loro altezza , che era di 2 metri circa, per facilitarne la fermentazione.

Orazio , in altri suoi scritti, fa cenno anche ad anfore vinarie e olearie prodotte nel Formiano.

Un ventina di anni fa in una cisterna in località Rio Fresco , furono trovate venticinque anfore del tipo Dressel 1 , ( alcune con il bollo ARTEMA , termine che troviamo in una epigrafe formiana della Gens Vitruvia ) perfettamente accatastate a fianco di un locale che doveva essere un laboratorio essendo molto vicino ad una cava di argilla che fu , fino a pochi anni fa , utilizzata da due grandi fabbriche di laterizi con parecchie centinaia di addetti: D’Agostino e Salid.

A Formiae erano gli ” Arrii ” e gli ” Ampudii ” che oltre ad anfore vinarie e olearie producevano anche tegole che provviste di loro bolli , venivano caricate su navi create appositamente per questi tipi di materiali, ed esportate in tutto il mediterraneo.

Alcune anfore trovate nella zona del Castagneto a Formia recavano stilizzata la figura di un pesce, forse per il trasporto del famoso ” garum” che era un distillato di interiora e parti pregiate di pesce, ritenuto ottimo per dare aroma ad altri cibi.

Livia Drusilla, moglie di Augusto, madre di Tiberio e originaria del Fundanis, amava anche lei bere il vino Cecubo della nostra zona che Orazio consigliava di tenere nascosto , come un bene prezioso, ” sotto cento chiavi ” e lo riteneva superiore persino a quelli offerti negli opulenti banchetti dai Pontefici Massimi , come venivano chiamati gli imperatori romani.

Sempre lo stesso Orazio nelle sue Odi scrive:

” Benché nelle anfore di Formia il vino mio giammai s’invecchia. “

Orazio, assieme a Mecenate , Virgilio, Cocceio Nerva ( bisnonno del futuro imperatore) , Fonteio Capitone , nel 37 a.C. fecero un viaggio da Roma a Brindisi per facilitare un’intesa tra Ottaviano e Antonio.

In quella occasione si fermarono a Formia dove ricevettero alloggio da Lucio Licinio Varrone detto “Murena” ,(cognato di Mecenate che sposò la sorella Terenzia) e cena da Fonteio Capitone che , grande amico di Antonio, su ordine di quest’ultimo parti’ da Formia per accompagnare Cleopatra da Alessandria d’Egitto ad Antiochia in Siria dove si trovava appunto il triumviro, in quel momento nemico di Ottaviano.

La stessa prima moglie di Cicerone, Terenzia , apparteneva ai Murena/Varrone/Varronio imparentati con i Capitoni , tant’è che più basi onorarie davanti al Comune di Formia sono dedicate a Varronio Capitone che fu Pretore di Formia e ” Curator Aquarum”.

Quinto Orazio Flacco morì pochi giorni dopo Gaio Cilnio Mecenate e, per volontà del primo, si trovano sepolti sull’Esquilino a Roma a poca distanza uno dall’altro.
Mecenate fu consigliere di Augusto e fu in pratica il primo al mondo a rivestire la carica di ministro per la cultura e stimolo’ le arti.
Così nacque il termine “mecenatismo” nel periodo rinascimentale.

In realtà Formia , sia nel periodo Repubblicano, sia nel periodo Imperiale fu una città dove furono prese decisioni importanti da personaggi e imperatori che qui vissero .

Importanti figure del calibro di Pompeo, Cicerone, Mecenate , Vitruvio, Apollinare, Orazio, Virgilio , Augusto, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio , Marco Aurelio, Simmaco e chissà quanti altri ancora da scoprire.

Raffaele Capolino

EPISODI E CURIOSI TOPONIMI DI FORMIA TRASMESSICI DA PASQUALE MATTEJ (1813 – 1879)La “Gran Muraglia” di Formia

EPISODI E CURIOSI TOPONIMI DI FORMIA TRASMESSICI DA PASQUALE MATTEJ (1813 – 1879)
La “Gran Muraglia” di Formia

Con i suoi scritti, il Mattej ci trasferisce tante notizie di Formia, a moltissimi sconosciute.

Ad esempio parla di un episodio avvenuto ” ai tempi della occupazione militare francese ” .
La bottega del barbiere Nosca saltò in aria per esplosione di un barile di polvere .La bottega era posta sulla Via Appia vicino al Casamento Rubino nei pressi della Piazza S.Teresa. Credo siano gli stessi “Rubino” che nel 1867 si trasferirono nella ex Real Villa Caposele.

Racconta altresì del ritrovamento a Castellone di un antichissimo “sacello”, in uno spazio detto “degli Scipioni” , dedicato al culto di S.Giovanni in Formiis.

Ci narra di una “pertinenza alla Cupa ed altra della famiglia Calcagni presso la Piazza della Croce” situata sull’acropoli Formiana in località Capo Castello.

In una operazione di restauro condotta da Luigi Capolino, ai confini con l’Appia ma sempre a Castellone , fu rinvenuta una ” successione di locali ad uso di botteghe tra cui una più vasta ” configurabile con una officina da orafo del periodo romano ” .
Furono ,in questo caso, rinvenuti : un bilancino a due coppe coi pesi corrispondenti, un crogiuolo, pietre dure incise, camei e monete.
Molte ” monete d’oro imperatorie” , all’insaputa del Capolino , furono divise tra gli operai . Solo quattro di essere furono viste dal Capolino e dal Mattej, perché acquistate da una ” merciaia” che possedeva altri oggetti provenienti dallo stesso scavo: una statuina di bronzo che rappresentava la Fortuna, un ” priapo ” , un idolo di bronzo e frammenti di utensili di ogni genere e di metallo e di terracotta.
Aveva altresi , vasellami di marmi, di vetro, di osso e monete di bronzo.

Infine il Mattej parla di una circoscrizione che va dal Vico della Verdura alla Piazza della Croce , come confine occidentale e di una ” Gran Muraglia ” , come confine orientale e che delimita il giardino De Matteis.

Come sappiamo la proprietà De Matteis , divenuta Di Fava , nel 1928 farà emergere la piscina natatoria, le Nereidi su mostri marini e un marmo dedicato a Marco Cocceio Nerva . Ciò che farà nascere il toponimo : Muro di Nerva

Per quanto sopra detto credo che tra le tante notizie trasferiteci da Mattej, la più bella è che il muro che noi oggi chiamiamo ” Muro di Nerva” , prima del 1928, era chiamato la ” Gran Muraglia “.

È strano, ma a Castellone nessuno mi ha saputo localizzare i seguenti toponimi riferiti dal Mattej :Vico della Verdura, spazio degli Scipioni e proprietà dei Calcagni.

La “Cupa” era un vicoletto cieco nei pressi del Carmine, mentre la “Piazza della Croce” era quella che oggi chiamiamo “Piazza delle Erbe”

Rappresentano conoscenze importanti per collocare altre tessere di questo meraviglioso ” puzzle storico-archeologico ” della nostra Città di Formia.

Un mosaico che , noi tutti insieme, stiamo ricomponendo in tutti i suoi particolari.

Raffaele Capolino

TOMMASO TESTA ( 1833 – 1919 )Primo Deputato Formiano del Regno d’Italia

TOMMASO TESTA ( 1833 – 1919 )
Primo Deputato Formiano del Regno d’Italia

L’Avvocato Tommaso Testa nacque a Formia – allora Comune di Castellone e Mola – nel 1833 .

Spesso viene confuso con un suo nipote omonimo – Tommaso Testa ( 1889 – 1963 ) – vissuto in età successiva, studioso del nostro territorio assieme a Mario Di Fava.

Il nostro concittadino T. Testa rappresentò ,come Deputato, il Collegio di Caserta e di Gaeta nelle legislature XV – XVl- XVll – XX
del Regno d’Italia.

In pratica, Tommaso Testa fu ” Onorevole ” per circa venti anni dal 1881 al 1900, sotto i Governi: De Pretis/ Crispi/ Starrabba/Pelloux

A Tommaso Testa è stata intitolata la piazzetta dove si trova la “Fontana delle cinque cannelle” e la “Colonna della Libertà ” per i fatti del 1799 che portarono alla prima autonomia concessa dai Francesi a” La Comune di Formia Mola e Castellone ” che ebbe però breve durata, a seguito della restaurazione borbonica del 1815.

Nella Biblioteca di Formia esistono due busti molto simili di Tommaso Testa e una sua immagine fotografica in età anziana, ciò che fa pensare ad una sua partecipazione all’associazione che promosse, nel 1920 , la nascita della Biblioteca circolante di cultura ” Vitruvio Pollione “.
Predetta biblioteca fu diretta da Don Gennaro Iovine fino al 1923, sostituito nel 1925 prima da Mario Di Fava e poi da Filippo Testa, classe 1888 , che morì prematuramente il 29 gennaio del 1926.
Fu a seguito di questa tragica morte che la Biblioteca di Formia fu intitolata al Tenente Filippo Testa , nipote del Deputato oggetto di questo post.

Tommaso Testa morì a Formia nel 1919, all’età di 86 anni.

Ho avuto difficoltà a reperire notizie dai suoi discendenti, per cui mi sono limitato ai fatti più noti della sua lunga e laboriosa vita terrena.

Raffaele Capolino

LA TESTA DI EFEBO

LA TESTA DI EFEBO

Trovata a Formia, è ora nei magazzini di deposito del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fu rinvenuta nel 1858, assieme ad altre due teste ed altri reperti, nel giardino Nocella in Via dell’Olmo, ossia nel Borsale .
Pasquale Mattej disegnò, su uno stesso cartoncino, tutti i reperti rinvenuti in quel giardino, tra cui la testa di Efebo.
Si tratta di un disegno frontale del volto e, come l’artista era solito fare , ne fu disegnato anche il profilo con la parte sinistra del collo in evidenza.

Nei suoi disegni pervenutici, il nostro concittadino ci fa sapere che tutte le teste furono vendute sulla piazza di Napoli dal rinvenitore.

Stefania Tuccinardi stava preparando la sua tesi di laurea e le fu data la possibilità di visionare, nei magazzini del Museo di Napoli, alcuni reperti tra cui la testa di Efebo con l’errata indicazione di una provenienza dall’acropoli di Napoli .
Alla vista del reperto la Tuccinardi ebbe l’intuito e la prontezza di collegare la testa di Efebo ad un disegno del Mattej, cosa che le procurò una gioia indescrivibile trattandosi del suo primo impatto pratico con il mondo archeologico.

I raffronti tra il reperto di Napoli e i disegni del Mattej non lasciavano alcun dubbio dal momento che il nostro Mattej, come sempre e con maestria , disegnò anche le più piccole scalfitture che si ritrovano nel reperto inventariato con il n. 143478.

Fu grandissima la soddisfazione per l’allora laureanda Stefania Tuccinardi che scrisse riferendosi alla città di Formia :

“L’estensione e il grado di ricchezza della città antica ci inducono a ritenere che le sculture formiane ‘ disperse ‘ nei musei italiani e stranieri, finora note , siano solo la parte marginale di un patrimonio che sembrerebbe difficilmente ricostruibile “.

Per chi volesse leggere l’articolo scritto dalla archeologa di Itri , i riferimenti sono :

Napoli Nobilissima
Rivista di Arti , Filologia e Storia
Stefania Tuccinardi – Due nuove sculture da Formia – Dicembre 2007
Arte Tipografica – Napoli

Tra i reperti disegnati dal Mattej sul sopracitato cartoncino, ritroviamo anche la ” Testa barbata ” che è esposta al British Museum di Londra, già oggetto di un mio articolo e una bellissima erma a doppia testa di cui non si sa al momento dove possa trovarsi.

Chissà quanti altri reperti, trovati a Formia e disegnati da Pasquale Mattej, giacciono coperti di polvere in depositi di musei italiani ed esteri !!!!!!!

Raffaele Capolino

I NOSTRI AVI PARLAVANO LA LINGUA OSCA ?Lo scopriremo in questo mio articolo

I NOSTRI AVI PARLAVANO LA LINGUA OSCA ?
Lo scopriremo in questo mio articolo

La prima foto ci mostra un reperto epigrafico, di epoca romana, che è uno dei più antichi della nostra città di Formia.

Cultori epigrafisti sono del parere che le parole CUURIAM e MUINCIP, che stanno per Curia e Municipio, contengano deformazioni linguistiche provenienti dalla lingua osca.

Alcuni anni fa, assieme a Michele Maddalena e Ottavio Grilli, ho avuto la possibilità di visitare la Fonderia Pontificia Marinelli di Agnone.

Notai subito che il portone d’ingresso della fonderia era costituito da due grandi ante bronzee , entrambe con scritta antica sicuramente preromana.

Da una ricerca successiva capii che il portone d’ingresso non era altro che una gigantografia delle due facce della” Tabula bronzea Agnonensis” ( cm 28 x cm 17 spessore m/m 4 ) del III secolo a.C..

Tabula che fu trovata ad Agnone nel 1848 e che ora è conservata al terzo piano del British Museum di Londra , forse esposta accanto ad una ” Testa marmorea di barbaro”, trovata a Formia e disegnata dal Mattej.

Ritorniamo alla Tabula Osca di Agnone che riporta nel lato A i nomi di ben diciassette culti religiosi tra cui quelli anche a noi di Formia noti di :

  • CERERE, dea dei contadini
  • PALE dea dei pastori.

Di quest’ultimo culto pagano ne parla anche Cicerone che preannuncia ad Attico la sua partecipazione con la figlia Tulliola alla festa delle Palilie del 21 aprile nel Formianum.

Nel lato B del reperto molisano ci sono parole che abbiamo ancora oggi nel nostro modo di parlare.

La parola osca ” Kupa ” e l’odierna nostra “Cupa ” hanno lo stesso significato.

Così come il termine osco ” Varre ” , che significa spranga , coincide con le nostre parole dialettali “Varra” e ” Varrata” che sta per colpo di varra.

  • ” Mandele ” è quasi identica al nostro ” mantile ” ossia ” tovaglia per mensa .
  • ” Trocchile ” mangiatoia per il maiale e “Trabbaccule” carro sgangherato , somigliano alle nostre parole dialettali con lo stesso significato.
  • “Virdasche” è un qualità di fico che ho sentito dire dai miei nonni.

Quindi ci sono abbastanza elementi per poter affermare , con buona probabilita’ , che anche i nostri antenati, prima del periodo romano abbiano parlato “osco” o quantomeno abbiano potuto rapportarsi con le popolazioni “osche”, tra cui i Sanniti che ,si dice , abbiano avuto contatti con il nostro territorio.

Nel preparare questo articolo ho potuto appurare che anche Pompei, antica quanto Formia, fu città osca.

Infine , per chiudere con un sorriso, chi di noi di Formia non ha mai sentito , indirizzata a chi si esprime con parole inconsuete e poco comprensibili , questa frase :

QUESTO È OSCO !!!!!

Raffaele Capolino

LA STATUA TROVATA SULLA COLLINA DI ACERVARA A FORMIA

LA STATUA TROVATA SULLA COLLINA DI ACERVARA A FORMIA

Era l’anno 1977 quando fu rinvenuta questa statua a pochi metri del Sepolcro di Tulliola dal nostro concittadino Arch. Salvatore Ciccone.

Fu il Principe di Caposele, per primo nel 1798, a riferirci di questo reperto che lui stesso aveva intravisto tra i rovi che attorniavano il sepolcro di Acervara.
Pochi sanno che Erasmo Gesualdo e lo stesso Principe Ligny di Caposele pensavano che il vero Sepolcro di Cicerone fosse il Sepolcro Romano posizionato sulla collina di Acervara.

Pasquale Mattej, invece, ha sempre sostenuto doversi trattare del Sepolcro della figlia del grande Oratore, confermato anche dalla narrazione di Celio Rodigino intorno al 1500.

Il ritrovamento di questo reperto ad opera dell’arch. Salvatore Ciccone rafforza ancor più l’ipotesi del Mattej.

Ora questa statua femminile , priva di testa, di mano sinistra nonché abrasa e scheggiata in più parti, è esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Formia, inventariata con il numero 88900.

Il reperto, in pietra calcarea h. mt 1,30, è attribuito alla prima metà del primo secolo a.C.

Le ultime due immagini sono tratte da un articolo del 1980 pubblicato da S. Ciccone sulla Gazzetta di Gaeta.

Raffaele Capolino

CICERONE PARLA DELLA SUA VILLA DI FORMIALettera ad Attico( IV, 2), 5, 7

CICERONE PARLA DELLA SUA VILLA DI FORMIA
Lettera ad Attico( IV, 2), 5, 7

Una lunghissima lettera scritta da Roma agli inizi del 57 a. C., appena rientrato dall’esilio, grazie all’aiuto di Pompeo.

                  °°°°°°°°°°°°°°°°°°° 

“l consoli, sentito il parere della competente Commissione, hanno proceduto alla stima, per un valore di due milioni di sesterzi, del fabbricato di mia proprietà [ la domus al Palatino comprata da Crasso nel 62 a. C.], ma quanto alle altre costruzioni si sono regolati con grettezza palmare, fissando cinquecentomila sesterzi per la mia villa di Tusculo e duecentocinquantamila per quella di Formia.
Tale stima viene disapprovata, e in termini energici, non solo da tutte le persone di rango, ma anche dalla plebe.

È in atto la ricostruzione della mia casa, ma tu sai quali spese comporta e quante seccature.
Si sta restaurando la mia villa di Formia ed io mi trovo nell’impossibilità di lasciarla perdere o di tornare a rivederla.
Ho messo in vendita il Tusculano, anche se non mi adatto facilmente a restar privo di una proprietà mia alla periferia dell’Urbe.

Utilizzando le risorse degli amici messe premurosamente a mia disposizione, avrei potuto con facilità, ottenere ogni cosa ; al riguardo ora come ora verso in gravi ristrettezze.
Le altre inquietudini che mi turbano sono di natura più segreta.
Mio fratello e mia figlia mi vogliono veramente bene.
Ti aspetto. “

                    °°°°°°°°°°°°°°° 

Come è bello leggere queste parole pensate e scritte da Cicerone sulla sua villa di Formia !!!!!
La considerava più preziosa di quella del Tuscolo che decise di metterla in vendita, anche se gli era di grande comodità per la sua vicinanza al centro del potere .

Non a caso, negli ultimi giorni della sua vita, quando si sentiva braccato dagli uomini di Antonio, rinunciò a rifugiarsi alle sue ville di Tuscolo e di Astura , preferendo a tutte le altre quella di Formia.
Ma in quel giorno del 7 dicembre del 43 a. C., il vento di grecale che soffio’ da nord-est per uno o due giorni di seguito, come succede ancora oggi nel nostro territorio, non gli permise di partire con la sua nave dal porto principale di Formia, dislocato a Cajeta.

Nelle ultime righe dell’epistola oggetto di questo post, Cicerone parla del bene corrispostogli da suo fratello Quinto e dalla sua figlia Tulliola, ma non menziona Terenzia.
Erano già iniziati i contrasti tra Cicerone e sua moglie Terenzia.

In questa epistola, ancora una volta, Cicerone fa capire ad Attico che non ha solo bisogno del suo appoggio morale.

In un altra lettera (ll,8) del 16 aprile del 59 a.C., Cicerone definisce il Sinus Formianus :

     " Cratera illum delicatum " 
          (Un delicato cratere) 

Una definizione simile, l’ho letta anche in un manoscritto di Pasquale Mattej, e fu oggetto di un mio articolo di qualche anno fa.

Raffaele Capolino

LA STORIA DELLO  “CHALET ” DELLA VILLA COMUNALE DI FORMIA COSTRUITO DA GAETANO GRASSO NEL 1898.

LA STORIA DELLO  “CHALET ” DELLA VILLA COMUNALE DI FORMIA COSTRUITO DA GAETANO GRASSO NEL 1898.
Fonti documentali:Archivio storico Comune di Formia

Il 5 febbraio 1898 , pochi anni dopo la costruzione del primo tratto di Via Vitruvio da Largo Paone a Piazza della Vittoria,  l’imprenditore di Formia,  Gaetano Grasso ebbe  in appalto dal Comune di Formia la costruzione di uno Chalet o Salone di intrattenimento in un angolo della Villa Comunale su Via Vitruvio,   progettato dai tecnici dello stesso Comune, per una somma preventivata di Lire 12.871,67=.

Il Sindaco di quel periodo fu Pasquale Sorreca e la progettazione della “Chalet” fu affidata all’ing. Francesco Sagnelli originario di SM Capua Vetere .

Il 7 dello stesso mese fu consegnato il suolo dove edificare l’opera e  il costruttore si mise immediatamente al lavoro con un sostanzioso  numero di operai e collaboratori.

Dopo appena un mese , e  senza avviso al costruttore, il  Comune cambiò il progetto con appropriate e considerevoli modifiche  destinate alla realizzazione non di un Salone di intrattenimento, ma di un vero e proprio teatro dandone notizia  ai cittadini con appositi  e pubblici manifesti.

Il Grasso ,  pur senza mai incassare una lira alla fine del mese di agosto dello stesso anno terminò i lavori di realizzazione del Teatro secondo le sopravvenute modifiche e fu collaudato nell’aprile del 1900 dall’ing. Albino Giovanni.

Quando presentò il conto finale,  ovviamente maggiorato per le opere  eseguite in più ,  il Comune si rifiutò di saldare il conto contestando l’importo richiesto.

Il costruttore fu costretto ad aprire una vertenza legale con il Comune  citandolo in giudizio e ottenendo due condanne favorevoli  sia in primo grado dal Tribunale di Cassino  sia in secondo e ultimo grado dalla Corte d’Appello di Napoli che condannarono il Comune di Formia a corrispondere la somma totale di Lire 27.725,08 comprensiva anche  di  interessi di mora per lire 3.482,45.

Mi sembra una storia dei nostri giorni  se non fosse per la velocità di esecuzione dell’opera appaltata  ( meno di sette mesi) e per la rapidità in cui furono emesse le  due sentenze che  si completarono  e divennero  esecutive a giugno del 1902 dopo appena quattro anni  dall’inizio della lite che vide vincente e  soddisfatto il costruttore Gaetano Grasso che realizzò anche uno dei primi palazzi monumentali di Formia sul corso principale di Via Vitruvio, proprio di fronte al Teatro da lui stesso costruito.

Il figlio di  Gaetano Grasso ,  Annibale impresario edile  come il padre, è citato nell’Epitaffio di largo Paone come costruttore  di tutte le opere  finanziate da Domenico Paone nel 1928  quando furono realizzati   il rinforzo del molo , l’esedra e  l’ampliamento della banchina.

Il Teatro  realizzato da Gaetano Grasso, inaugurato nel 1900 fu  utilizzato per spettacoli di varietà e riunioni culturali ed era dotato di 250 posti a sedere più alcuni palchetti sui lati della sala. Purtroppo non fu fortunato perché nell’ultimo evento bellico fu distrutto  quasi totalmente.

Le sue  macerie rimasero  visibili fino a tutti gli anni sessanta dello scorso secolo quando il Comune negozio’ una permuta con il Banco di Napoli che si impegnò a costruire per sé la sua sede bancaria di Formia al piano terra e per il Comune  una Biblioteca al primo piano.

Ricordo che prima di questa operazione il Banco di Napoli era ospitato al piano terra dell’edificio Comunale con entrata da Piazzetta Municipio.  All’interno degli uffici bancari erano esposti  reperti archeologici  come statue , basi onorarie ed altro che non si sapeva dove custodire per via dei  tantissimi edifici pubblici andati  distrutti nel corso degli eventi bellici.

Al Banco di Napoli subentrò, una ventina di anni fa, l’Istituto bancario ” Intesa San Paolo ”  che occupa adesso i locali rivenienti dalla predetta permuta.

Raffaele Capolino