I NOSTRI AVI PARLAVANO LA LINGUA OSCA ?Lo scopriremo in questo mio articolo

I NOSTRI AVI PARLAVANO LA LINGUA OSCA ?
Lo scopriremo in questo mio articolo

La prima foto ci mostra un reperto epigrafico, di epoca romana, che è uno dei più antichi della nostra città di Formia.

Cultori epigrafisti sono del parere che le parole CUURIAM e MUINCIP, che stanno per Curia e Municipio, contengano deformazioni linguistiche provenienti dalla lingua osca.

Alcuni anni fa, assieme a Michele Maddalena e Ottavio Grilli, ho avuto la possibilità di visitare la Fonderia Pontificia Marinelli di Agnone.

Notai subito che il portone d’ingresso della fonderia era costituito da due grandi ante bronzee , entrambe con scritta antica sicuramente preromana.

Da una ricerca successiva capii che il portone d’ingresso non era altro che una gigantografia delle due facce della” Tabula bronzea Agnonensis” ( cm 28 x cm 17 spessore m/m 4 ) del III secolo a.C..

Tabula che fu trovata ad Agnone nel 1848 e che ora è conservata al terzo piano del British Museum di Londra , forse esposta accanto ad una ” Testa marmorea di barbaro”, trovata a Formia e disegnata dal Mattej.

Ritorniamo alla Tabula Osca di Agnone che riporta nel lato A i nomi di ben diciassette culti religiosi tra cui quelli anche a noi di Formia noti di :

  • CERERE, dea dei contadini
  • PALE dea dei pastori.

Di quest’ultimo culto pagano ne parla anche Cicerone che preannuncia ad Attico la sua partecipazione con la figlia Tulliola alla festa delle Palilie del 21 aprile nel Formianum.

Nel lato B del reperto molisano ci sono parole che abbiamo ancora oggi nel nostro modo di parlare.

La parola osca ” Kupa ” e l’odierna nostra “Cupa ” hanno lo stesso significato.

Così come il termine osco ” Varre ” , che significa spranga , coincide con le nostre parole dialettali “Varra” e ” Varrata” che sta per colpo di varra.

  • ” Mandele ” è quasi identica al nostro ” mantile ” ossia ” tovaglia per mensa .
  • ” Trocchile ” mangiatoia per il maiale e “Trabbaccule” carro sgangherato , somigliano alle nostre parole dialettali con lo stesso significato.
  • “Virdasche” è un qualità di fico che ho sentito dire dai miei nonni.

Quindi ci sono abbastanza elementi per poter affermare , con buona probabilita’ , che anche i nostri antenati, prima del periodo romano abbiano parlato “osco” o quantomeno abbiano potuto rapportarsi con le popolazioni “osche”, tra cui i Sanniti che ,si dice , abbiano avuto contatti con il nostro territorio.

Nel preparare questo articolo ho potuto appurare che anche Pompei, antica quanto Formia, fu città osca.

Infine , per chiudere con un sorriso, chi di noi di Formia non ha mai sentito , indirizzata a chi si esprime con parole inconsuete e poco comprensibili , questa frase :

QUESTO È OSCO !!!!!

Raffaele Capolino

LA STATUA TROVATA SULLA COLLINA DI ACERVARA A FORMIA

LA STATUA TROVATA SULLA COLLINA DI ACERVARA A FORMIA

Era l’anno 1977 quando fu rinvenuta questa statua a pochi metri del Sepolcro di Tulliola dal nostro concittadino Arch. Salvatore Ciccone.

Fu il Principe di Caposele, per primo nel 1798, a riferirci di questo reperto che lui stesso aveva intravisto tra i rovi che attorniavano il sepolcro di Acervara.
Pochi sanno che Erasmo Gesualdo e lo stesso Principe Ligny di Caposele pensavano che il vero Sepolcro di Cicerone fosse il Sepolcro Romano posizionato sulla collina di Acervara.

Pasquale Mattej, invece, ha sempre sostenuto doversi trattare del Sepolcro della figlia del grande Oratore, confermato anche dalla narrazione di Celio Rodigino intorno al 1500.

Il ritrovamento di questo reperto ad opera dell’arch. Salvatore Ciccone rafforza ancor più l’ipotesi del Mattej.

Ora questa statua femminile , priva di testa, di mano sinistra nonché abrasa e scheggiata in più parti, è esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Formia, inventariata con il numero 88900.

Il reperto, in pietra calcarea h. mt 1,30, è attribuito alla prima metà del primo secolo a.C.

Le ultime due immagini sono tratte da un articolo del 1980 pubblicato da S. Ciccone sulla Gazzetta di Gaeta.

Raffaele Capolino

CICERONE PARLA DELLA SUA VILLA DI FORMIALettera ad Attico( IV, 2), 5, 7

CICERONE PARLA DELLA SUA VILLA DI FORMIA
Lettera ad Attico( IV, 2), 5, 7

Una lunghissima lettera scritta da Roma agli inizi del 57 a. C., appena rientrato dall’esilio, grazie all’aiuto di Pompeo.

                  °°°°°°°°°°°°°°°°°°° 

“l consoli, sentito il parere della competente Commissione, hanno proceduto alla stima, per un valore di due milioni di sesterzi, del fabbricato di mia proprietà [ la domus al Palatino comprata da Crasso nel 62 a. C.], ma quanto alle altre costruzioni si sono regolati con grettezza palmare, fissando cinquecentomila sesterzi per la mia villa di Tusculo e duecentocinquantamila per quella di Formia.
Tale stima viene disapprovata, e in termini energici, non solo da tutte le persone di rango, ma anche dalla plebe.

È in atto la ricostruzione della mia casa, ma tu sai quali spese comporta e quante seccature.
Si sta restaurando la mia villa di Formia ed io mi trovo nell’impossibilità di lasciarla perdere o di tornare a rivederla.
Ho messo in vendita il Tusculano, anche se non mi adatto facilmente a restar privo di una proprietà mia alla periferia dell’Urbe.

Utilizzando le risorse degli amici messe premurosamente a mia disposizione, avrei potuto con facilità, ottenere ogni cosa ; al riguardo ora come ora verso in gravi ristrettezze.
Le altre inquietudini che mi turbano sono di natura più segreta.
Mio fratello e mia figlia mi vogliono veramente bene.
Ti aspetto. “

                    °°°°°°°°°°°°°°° 

Come è bello leggere queste parole pensate e scritte da Cicerone sulla sua villa di Formia !!!!!
La considerava più preziosa di quella del Tuscolo che decise di metterla in vendita, anche se gli era di grande comodità per la sua vicinanza al centro del potere .

Non a caso, negli ultimi giorni della sua vita, quando si sentiva braccato dagli uomini di Antonio, rinunciò a rifugiarsi alle sue ville di Tuscolo e di Astura , preferendo a tutte le altre quella di Formia.
Ma in quel giorno del 7 dicembre del 43 a. C., il vento di grecale che soffio’ da nord-est per uno o due giorni di seguito, come succede ancora oggi nel nostro territorio, non gli permise di partire con la sua nave dal porto principale di Formia, dislocato a Cajeta.

Nelle ultime righe dell’epistola oggetto di questo post, Cicerone parla del bene corrispostogli da suo fratello Quinto e dalla sua figlia Tulliola, ma non menziona Terenzia.
Erano già iniziati i contrasti tra Cicerone e sua moglie Terenzia.

In questa epistola, ancora una volta, Cicerone fa capire ad Attico che non ha solo bisogno del suo appoggio morale.

In un altra lettera (ll,8) del 16 aprile del 59 a.C., Cicerone definisce il Sinus Formianus :

     " Cratera illum delicatum " 
          (Un delicato cratere) 

Una definizione simile, l’ho letta anche in un manoscritto di Pasquale Mattej, e fu oggetto di un mio articolo di qualche anno fa.

Raffaele Capolino