I VINI E LE ANFORE DEL FORMIANUM

I VINI E LE ANFORE DEL FORMIANUM
e altre storie del nostro territorio

Il poeta Orazio ( 65 a.C. – 8 a C.), intenditore di vini , un giorno dedicò un carme al suo amico Mecenate ( 68 a.C – 8 a C.) invitandolo nella sua fattoria della Sabina, con queste raccomandazioni:

” Berrai in tazze di poco pregio il modesto vino della Sabina che io stesso ho sigillato con pece. Tu bevi di solito il Cecubo e il vino spremuto da torchio caleno. Purtroppo nè le viti di Falerno né i colli di Formia alimentano i miei bicchieri. “

Plinio il Vecchio, grande esperto di vini, classificò invece prima il Cecubo ( antea coecubum) e poi il Falerno ( postea falernum)

Petronio , nella famosa cena fece offrire da Trimalcione il Cecubo ai convitati, affermando ” questo vino ha cento anni, esso ha vita più lunga dell’uomo” .

Cecubo si suppone derivi da “caecus” congiunto con ” bibeo”. Il bere del cieco con riferimento anche ad Appio Claudio il Cieco , che beveva solo questo vino del Formianum, e che fu il primo a scoprirlo e a farlo conoscere ai personaggi più influenti di Roma.

L’uva prodotta dai monti Cecubi dava origine ad un vino corposo ed intenso , amaro ed nel contempo dolce nei primi anni ma eccellente ancor più con l’invecchiamento oltre ad essere talmente carico nel colore da tingere il pavimento.
Difatti Orazio lo menzionava con il seguente verso ” vero tinget pavimentum superbo”

La fama del vino cecubo , come è ricordato da Marziale, crebbe per il singolare modo di fabbricazione e di conservazione.
In sostanza il vino , cotto e miscelato veniva sigillato con pece, incenso e cera nei ” dolia ” per essere poi sotterrato per consentirne una perfetta fermentazione.

Orazio, che frequentava sovente il nostro golfo, disse a Lucio Munazio Planco in un’ora di tristezza:

” Ricordati, o Planco, di dar tregua da saggio alle cure ed alle tristezze della vita col dolce Cecubo, col ‘ fumoso ‘ Falerno, con un’ora di rapimento che vale quanto cento almeno delle inerti o turbinose ore della restante tua vita. “

Il vinum Formianum , proprio dei nostri colli , era ritenuto pregiatissimo dai romani.
I nostri antenati erano in grado di produrre anche spumante che veniva conservato in “Dolia” mantenute a bassa temperatura con acqua fredda per impedirne la rapida fermentazione del mosto.

Il vino Falernum prodotto nella zona di Farano a Formia , era molto alcoolico tanto che i romani lo rendevano più leggero allungandolo con acqua, ed era di colore ambrato o bruno, raccomandato con dieci anni di invecchiamento e con due specie : il secco e il dolce.
Plinio il Vecchio, che lo apprezzava tantissimo e lo beveva senza miscelarlo con acqua, ne distingueva addirittura tre tipi : austerum, dulcis, tenuis.

I ” dolia ” che contenevano vini normali , venivano invece tappati ed interrati per 3/4 della loro altezza , che era di 2 metri circa, per facilitarne la fermentazione.

Orazio , in altri suoi scritti, fa cenno anche ad anfore vinarie e olearie prodotte nel Formiano.

Un ventina di anni fa in una cisterna in località Rio Fresco , furono trovate venticinque anfore del tipo Dressel 1 , ( alcune con il bollo ARTEMA , termine che troviamo in una epigrafe formiana della Gens Vitruvia ) perfettamente accatastate a fianco di un locale che doveva essere un laboratorio essendo molto vicino ad una cava di argilla che fu , fino a pochi anni fa , utilizzata da due grandi fabbriche di laterizi con parecchie centinaia di addetti: D’Agostino e Salid.

A Formiae erano gli ” Arrii ” e gli ” Ampudii ” che oltre ad anfore vinarie e olearie producevano anche tegole che provviste di loro bolli , venivano caricate su navi create appositamente per questi tipi di materiali, ed esportate in tutto il mediterraneo.

Alcune anfore trovate nella zona del Castagneto a Formia recavano stilizzata la figura di un pesce, forse per il trasporto del famoso ” garum” che era un distillato di interiora e parti pregiate di pesce, ritenuto ottimo per dare aroma ad altri cibi.

Livia Drusilla, moglie di Augusto, madre di Tiberio e originaria del Fundanis, amava anche lei bere il vino Cecubo della nostra zona che Orazio consigliava di tenere nascosto , come un bene prezioso, ” sotto cento chiavi ” e lo riteneva superiore persino a quelli offerti negli opulenti banchetti dai Pontefici Massimi , come venivano chiamati gli imperatori romani.

Sempre lo stesso Orazio nelle sue Odi scrive:

” Benché nelle anfore di Formia il vino mio giammai s’invecchia. “

Orazio, assieme a Mecenate , Virgilio, Cocceio Nerva ( bisnonno del futuro imperatore) , Fonteio Capitone , nel 37 a.C. fecero un viaggio da Roma a Brindisi per facilitare un’intesa tra Ottaviano e Antonio.

In quella occasione si fermarono a Formia dove ricevettero alloggio da Lucio Licinio Varrone detto “Murena” ,(cognato di Mecenate che sposò la sorella Terenzia) e cena da Fonteio Capitone che , grande amico di Antonio, su ordine di quest’ultimo parti’ da Formia per accompagnare Cleopatra da Alessandria d’Egitto ad Antiochia in Siria dove si trovava appunto il triumviro, in quel momento nemico di Ottaviano.

La stessa prima moglie di Cicerone, Terenzia , apparteneva ai Murena/Varrone/Varronio imparentati con i Capitoni , tant’è che più basi onorarie davanti al Comune di Formia sono dedicate a Varronio Capitone che fu Pretore di Formia e ” Curator Aquarum”.

Quinto Orazio Flacco morì pochi giorni dopo Gaio Cilnio Mecenate e, per volontà del primo, si trovano sepolti sull’Esquilino a Roma a poca distanza uno dall’altro.
Mecenate fu consigliere di Augusto e fu in pratica il primo al mondo a rivestire la carica di ministro per la cultura e stimolo’ le arti.
Così nacque il termine “mecenatismo” nel periodo rinascimentale.

In realtà Formia , sia nel periodo Repubblicano, sia nel periodo Imperiale fu una città dove furono prese decisioni importanti da personaggi e imperatori che qui vissero .

Importanti figure del calibro di Pompeo, Cicerone, Mecenate , Vitruvio, Apollinare, Orazio, Virgilio , Augusto, Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio , Marco Aurelio, Simmaco e chissà quanti altri ancora da scoprire.

Raffaele Capolino

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