IL GENERALE UMBERTO NOBILE (1885 -1978) A FORMIA

IL GENERALE UMBERTO NOBILE (1885 -1978) A FORMIA
Generale, esploratore e ingegnere aeronautico , pioniere del volo in dirigibile.

Ho avuto modo di incontrarlo e parlargli in tre giorni diversi, come appresso vado a narrare.

Appena diplomato nel 1965 all’Istituto Filangieri di Formia, fui assunto come personale amministrativo/contabile nella” Alessandro De Meo Spa ” di Formia , industria e commercio di legnami nostrani ed esotici.
Vi lavorai per quasi due anni , poi mi dimisi per poter completare i miei studi universitari di Economia alla Sapienza di Roma.

Questa azienda formiana importava tavolame dall’Austria e dalla Jugoslavia, mentre da paesi africani faceva arrivare a Formia tronchi di alberi esotici che venivano lavorati e trasformati in tavole in uno stabilimento in Formia con l’uso di una sega orizzontale automatizzata.

Un giorno del 1966, negli uffici della società, situati a fianco del Dono Svizzero lato Napoli, vidi entrare un signore di un’ottantina d’anni sceso da una bellissima Fiat Balilla come in foto.

Adolfo De Meo , persona adorabile e padre del titolare unico azionista Alessandro, mi disse velocemente e a bassa voce , il nome di questo personaggio che stava entrando raccomandandomi di non fargli domande sulle sue imprese aeronautiche.

Mi limitai solo ad ascoltarlo e capii che aveva bisogno di una fornitura di legnami per costruire un gazebo per la sua villa di Scauri.

Fu un colloquio di una decina di minuti a seguito del quale compresi che, anche se ottantenne, era una persona di estremo senso pratico. Prese appunti su un suo taccuino e lo vidi ripartire con la sua magnifica Fiat Balilla, con l’impegno che sarebbe presto tornato con una precisa richiesta.

Quella notte ricordo di aver dormito pochissimo, impegnato a trovare tra i miei libri e le mie carte , tutto ciò che era riferibile a questo grande personaggio, ingegnere aeronautico e generale dell’Esercito Regio, che fu protagonista nel 1926, assieme ad Amundsen, nel sorvolare per primi il Polo Nord ,con il dirigibile Norge di sua progettazione e costruito in uno stabilimento di cui era direttore.

Dopo una quindicina di giorni lo rividi arrivare non più con la sua Balilla, ma con una modesta Fiat 600 di colore celestino pressapoco come in foto.

Si rivolse a me e poi agli operai ai quali consegnò un preciso elenco per tavole da tagliare rispettando le misure da lui indicate ed espresse addirittura in millimetri , creando non poche difficoltà al capo operaio Tommaso Rosato di Castellonorato di Formia.

Incontrai il Generale Nobile una terza volta, quando venne con un furgonista per caricarsi la merce, poi non lo rividi più e non seppi di lui più nulla fino al suo decesso, notizia appresa dai giornali e avvenuta a Roma nel 1978.

Verso la fine degli anni settanta mi capitò di raccontare questo episodio a mio suocero Ferdinando Barretta , vivaista molto noto a Formia e dintorni.
Venni a conoscenza che il Generale Nobile era stato un suo cliente per lavori di giardinaggio fatti alla sua villa di Scauri, e che nel 1966 fu addirittura lui ad avere acquistato dal Generale la Fiat Balilla che tenne per circa tre anni per poi cederla ad un ex imprenditore edile di Scauri.
Quest’ultimo, collezionista di auto storiche, ne è tuttora proprietario e la utilizza per manifestazioni e per matrimoni.

Dall’espressione che apparve sul mio volto mio suocero intuì , dispiaciuto, che quella vendita sarebbe stata meglio se non fosse mai avvenuta.

Nel leggere la biografia di questo personaggio , appresi da un suo racconto che ottenne di essere ricevuto da Benito Mussolini a Palazzo Venezia a Roma, per spiegare la sua estraneita’ agli incidenti del dirigibile Italia nel 1928, che procurarono la morte di otto dei suoi compagni e dello stesso Amundsen che prese parte alle ricerche dei dispersi, così come narrato nel film “La Tenda Rossa”.

Fatti che gli avevano procurato accuse dai mezzi d’informazione di allora ed anche una condanna in primo grado, cancellata da una piena riabilitazione avvenuta solo nel dopoguerra.

In quell’incontro con Benito Mussolini , il Generale Nobile si accaloro’ tanto nel difendere il suo operato , che alzò di molto il suo tono di voce , cosa che contrario’ il Duce che , senza più parlargli , chiamò un commesso per dirgli ” Accompagni il Generale all’uscita ” .

Da quel giorno cessarono i rapporti tra il Duce e il Generale Umberto Nobile che continuò la sua vita come un normale cittadino e come tale io l’ho conosciuto.

Questi sono i ricordi dei miei incontri a Formia con questo straordinario personaggio nato a Lauro di Avellino , un piccolo paese di appena 3.500 abitanti.

Raffaele Capolino

FORMIA E IL VESUVIO LA DATA PRECISA DELL’ERUZIONE DEL 79 d. C.

FORMIA E IL VESUVIO
LA DATA PRECISA DELL’ERUZIONE DEL 79 d. C.

Il Vesuvio, pur essendo a circa 85 km da noi, è visibile ad occhio nudo da Formia nelle giornate limpide.
E’ alto mt 1282, trenta metri più del nostro Redentore (mt. 1252).
La sua inconfondibile immagine , quella classica di un tempo vista da Posillipo con il pino in primo piano, è la stessa che vediamo noi da Formia insieme a tutte le isole pontine e le isole del Golfo di Napoli , compresa Capri.

L’ultima eruzione del Vesuvio avvenne nel marzo del 1944 in piena guerra mondiale . Il suo pennacchio alto 5 km era ben visibile da Formia dove, come mi raccontarono i miei, arrivarono anche parecchie ondate di ceneri vulcaniche.

Figuriamoci nel 79 d. C., quando il pennacchio di fumo raggiunse i 35 km di altezza,come doveva essere visibile dai cittadini di Formiae romana e quanto materiale vulcanico leggero (ceneri e pomici) sarà caduto su Formiae specie quando i venti soffiarono in direzione di Ercolano.
Una mia recente scoperta a Formia, assieme all’amico Saro Ricca, di un grande banco di tufo vulcanico di colore giallo frammisto a lapilli e pomici, ha interessato studiosi geologi che ho accompagnato sul luogo.
Forse sapremo quale vulcano ha determinato questa grande massa tufacea del nostro territorio.

Ma ritorniamo alla presunta data dell’eruzione del Vesuvio che sta interessando buona parte degli archeologi del mondo.

Fino a pochi anni fa, conoscevamo una sola data, il 24 agosto del 79 d. C., quella che noi tutti abbiamo studiato nei nostri anni di scuola.
Ora si parla del 24 ottobre del 79 d. C., ma ricordo che in una vecchia Guida del Museo Archeologico di Napoli pubblicata nel 1901, già si parlava del 24 novembre del 79 d. C.

La data del 24 agosto, è supportata dagli storici dal racconto di Plinio il Giovane , nelle due lettere scritte a Tacito 30 anni dopo l’eruzione.

I primi dubbi su questa data furono espressi dagli archeologi del Museo di Napoli verso la fine del 1800.
Dagli scavi a Pompei erano emerse alcune varietà di frutta tipicamente autunnale come noci, melograni,uva, castagne ed il mosto del vino appena lavorato era già posto in “dolia” per la fermentazione.

Addirittura si accerto’ la presenza di un braciere che aveva funzionato nel giorno dell’eruzione dentro la Casa del Menandro a Pompei.
Ma gli storici insistettero sempre per il 24 agosto del 79 e questa data siamo stati costretti a studiare.

Il 7/6/ 1974 in scavi in corso a Pompei , precisamente sotto la “Casa del bracciale d’oro” ,fu rinvenuto un denario d’argento con l’effige di Tito acclamato imperatore l’8/9/79 succedendo a suo padre Vespasiano.
Questo ritrovamento, assieme ad un’altra moneta simile ritrovata l’1/7/1979 , fece capire che il fenomeno eruttivo non poteva essere successo il 24/8/79, ma sicuramente dopo l’8/9/79.

A questo punto è probabile che Plinio il giovane si sia sbagliato oppure ci sia stata qualche traduzione errata di antichi testi.

Plinio il Giovane, all’epoca della eruzione del Vesuvio, aveva appena 17 anni e non fu in barca – come erroneamenre riportato sui libri scolastici del secolo scorso – assieme a suo zio e padre adottivo Plinio il Vecchio, comandante della Flotta romana del Capo Miseno.
Plinio il Vecchio morì – come sempre affermato dal nipote – per le esalazioni eruttive respirate il 25/8/79 a soli 54 anni.

Plinio il Giovane, in una delle due lettere inviate a Tacito (VI,20) racconta che nel primo giorno dell’eruzione del Vesuvio non volle andare con lo zio per cui rimase a casa, seduto accanto alla madre a leggere un libro di Tito Livio.
Un amico dello zio rimproverò la madre ” per la propria indolenza” e il figlio per la “spensieratezza”.

Le cose scritte a Tacito sulla morte dello zio e sugli eventi eruttivi, come affermato dallo stesso Plinio il Giovane, furono a lui riferite da testimoni, per cui è facile che si sia sbagliato nel precisare la data a Tacito.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto la conferma, dal Direttore degli Scavi di Pompei Dr. Massimo Osanna, che l’eruzione è avvenuta il 24 ottobre del 79 d. C., in conseguenza del ritrovamento di una iscrizione a carboncino del 17 ottobre dello stesso anno , trovata su un muro di Pompei in una sezione oggetto di recente scavo.

Raffaele Capolino

HELVIUS MANCIAM , ORATORE FORMIANO

HELVIUS MANCIAM , ORATORE FORMIANO
Vissuto di sicuro fino al ’55 ac e
contemporaneo di Cicerone e Pompeo Magno

Insieme agli oratori Marco Tullio Cicerone e Quinto Aurelio Simmaco, abbiamo avuto a Formiae romana un altro oratore : Helvius Manciam appartenente alla Gens Helvia ben attestata a Formia.

Di quest’ultimo oratore figlio di un liberto, da tanti storici definito ” formiano di nascita”, conosciamo due episodi in cui sono coinvolti i contemporanei Cicerone e Pompeo Magno.

È cosa nota che dei tre oratori sopra citati , Cicerone nacque ad Arpino e Simmaco a Roma, mentre il terzo , Elvio Mancia , essendo nativo di Formiae è addirittura un nostro concittadino a tutti gli effetti.

L’episodio che riguarda Pompeo Magno è il più interessante , perché ci mostra la grinta e il coraggio di Elvio Mancia di fronte a Pompeo ( 106 – 48 ac) che nel ’55 era l’ uomo più potente al mondo , anche perché fu marito,dal ”59 al ’54, di Giulia, la figlia di Cesare.

Ecco cosa fece Elvio Mancia, raccontato da Valerio Massimo in “Memorabilium”.
Nel ’55 ac davanti a tre censori appena nominati : P.Servilio , Vatia Isauricus e M.Valerio Messalla, Elvio Mancia accusava in tribunale ,con riferimento alla Legge Clodia, L. Scribonio Libone che era il suocero del secondo figlio di Pompeo, Sesto che fu senatore fino al ’35 e console nel ’34.
Tra l’altro, Scribonio Libone era anche fratello di Scribonia , futura moglie di Ottaviano , ciò che fa capire di che pasta fosse fatto questo nostro concittadino di duemila e più anni fa, figlio di un liberto e in avanzata età, per mettersi a contrastare i più potenti personaggi di quel momento.

Pompeo , volendo proteggere il
consuocero Libone , accusato da Mancia , trattò quest’ultimo con disprezzo per i suoi natali e per la sua avanzata età dicendogli in pratica che era un morto vivente venuto dagli inferi per accusare una persona onesta.

Al che l’oratore , con molto spirito , rispose. ” ….. si è vero , vengo dagli inferi dove ho incontrato sanguinanti persone che ti avevano anche aiutato ma che furono da te fatte trucidare come Bruto, Carbone e Gneo Enobarbo……. Vidi il pretore Perperna esecrare la tua crudeltà e li sentii tutti ad una voce gridare contro di te, che senza condanna fosti loro carnefice.”

Insomma un valoroso e ardimentoso oratore che non aveva paura dei potenti e che affronto’ Pompeo a viso aperto, forse proprio in una basilica di Formia dove molti storici ipotizzano diverse proprietà immobiliari di Pompeo.

Cicerone nel suo ” De Oratore ” parla di un incontro con Elvio Mancia, in cui lo scherni’ come fece Pompeo dicendogli:
” Adesso ti mostro come sei fatto” e Mancia rispose ” Mostramelo, prego”
Scrive Cicerone :
“Gli mostrai col dito un Gallo dipinto su uno scudo cimbrico di Mario, vicino alle Botteghe Nuove, che si contorceva , con la lingua di fuori e le gote cascanti.Tutti si misero a ridere , perché Mancia gli somigliava perfettamente”

Un comportamento imperdonabile di Cicerone per far piacere a Pompeo, essendo venuto a conoscenza di quanto successo davanti ai tre Censori.

Cicerone in una lettera ad Attico ( 2, 13,2) scritta da Formia così si espresse:

“Se verrai in questa Telepilo dei Lestrigoni , intendo dire Formia, sentirai come freme la gente . Quanta rabbia c’è!!! Quanto è odiato il nostro Pompeo Magno!!!

Forse si riferiva proprio all’episodio , probabilmente avvenuto nelle nostre terre , tra il potente Pompeo Magno e il coraggioso e sanguigno nostro concittadino , Oratore Formiano Helvius Manciam, un altro personaggio finora conosciuto solo a pochissimi appassionati della storia di Formia romana.

Molto bello è il frammento latino di Helvius Mancia della sua orazione contro Pompeo , che ci è pervenuto integralmente e che riporto in latino:
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” Non mentiris Pompei: venio enim ab inferis, in L.Libonem accusator venio. Sed , dum illic moror , vidi cruentum Cn. Domitium Ahenobarbum deflentem, quod, summo genere natus, integerrimae vitae, amantissimus patriae, in ipso iuventae flore tuo iussu esset occisus; vidi pari claritate conspicuum M. Brutum ferro laceratum, querentem id sibi prius perfidia, deinde etiam crudelitate tua accidisse; vidi C. Carbone acerrimum pueritiae tuae bonorumque Patria tui defensorem in tertio consulatu catenis, quas tu ei inici iusseras, vinctum, obtestantem se adversus omne fas ac nefas , cum in summo esset imperio , a te equite Romano trucidatum. Vidi eodem habitu et quiritatu praetorium virum Perpennam saevitiam tuam execrantem , omnesque eos una voce indigna ntes, quod indemnati sub te adulescentulo carnifice occidissent.”
°°°°°°°°°°°°°°°°°
Anche chi non ha studiato il latino, dopo aver letto la prima parte di questo mio post , è in grado di capire il contenuto di questa bella requisitoria del nostro concittadino Elvio Mancia ( Helvius Manciam ), contro il grande, ma prepotente , Pompeo.

Il testo completo è, comunque, nell’ultima foto allegata a questo post.

Questo brano in latino, per la sua bellezza espositiva e per il riferimento a un concittadino-oratore di Formia Romana, dovrebbe essere studiato e tradotto da tutti gli studenti degli istituti classici della nostra Città di Formia

Raffaele Capolino

MEDAGLIA DI GIANO BIFRONTE

MEDAGLIA DI GIANO BIFRONTE

Un’opera in bronzo, diametro cm 12, dell’artista di Formia Gerardo De Meo.

Nel nostro territorio, quando si parla di ” Giano bifronte” il pensiero va al monte di Gianola appartenuto al personaggio storico di Formia : Mamurra

Curiosa è la storia di questo bellissimo medaglione realizzato, in unica faccia, dallo scultore e pittore Gerardo De Meo.

Fu creato nel 1991 per un evento organizzato in data 6 aprile 1991 dalla associazione culturale A. R. T. E. 2000 di Acquatraversa – Formia, in occasione del IV Festival Internazionale di Ecologia
Cerimonia del
PREMIO INTERNAZIONALE
LETTERARIO ECOLOGICO
“GIANO 90”
SALA CONFERENZA C.O.N.I.
FORMIA

L’evento fu patrocinato da:

  • Presidenza del Consiglio dei Ministri
  • Ministro dell’ambiente
  • Presidenza Consiglio della Regione Lazio
  • Provincia di Latina
  • Comune di Formia
  • XVII Comunità Montana Esperia
  • Ente Provinciale per il Turismo di Latina
  • A A S T di Formia
  • Consorzio Servizi Culturali di Latina

Il medaglione è riapparso, dopo quasi dieci anni, in un’asta online ed è diventato di proprietà dell’amico Daniele Elpidio Iadicicco che mi ha dato l’opportunità di fotografarlo e scrivere questo post.

Un plauso va a Daniele che ci ha fatto conoscere questa opera bronzea, e ricordare un evento culturale di grande spessore .

Gerardo De Meo, già noto per le numerose sue realizzazioni che possiamo ammirare in tutto il nostro territorio, anche in questa occasione ha ben espresso la sua arte e la sua maestria.

Raffaele Capolino

CONDOTTA DI SCARICO DELLE ACQUE DELLA FONTANA ROMANA DI S. REMIGIO – FORMIA

CONDOTTA DI SCARICO DELLE ACQUE DELLA FONTANA ROMANA DI S. REMIGIO – FORMIA
Un tratto sotterraneo inedito dell’Antica Via Appia con elementi plurimillenari

              °°°°°°°°°°°°°°

In pratica è tutto ciò che videro nel 1931 il Podestà Felice Tonetti, l’Arch. Gustavo Giovannoni e il Comm. Amedeo Maiuri al di sotto del manto stradale dell’Appia Antica, nel tratto sottostante la Fontana Monumentale di S.Remigio a Formia.

È stato possibile per me e per l’amico Jeanpierre Maggiacomo raggiungere il sito e fotografarlo , grazie alla collaborazione dei Sigg. Novelli , proprietari di un fondo sottostante alla Fontana Romana , lato sud.

Si tratta di strutture ipogee , lunghe una ventina di metri e poste a 7/8 metri al di sotto del tratto stradale della Regina Viarum .
Furono realizzate fin dai primi anni di realizzazione della Via Appia Antica, per lo smaltimento delle acque reflue di una fontana monumentale che si trova tuttora in località San Remigio a Formia e visibile in una vecchia foto degli anni trenta dello scorso secolo, postata in sezione commenti.

Alcune di queste strutture sotterranee sono pervenute intatte , altre hanno subito opere di manutenzione , sicuramente avvenute nel periodo podestarile prebellico, quando fu ampliato e spostato il tratto dell’Appia Antica per dare una migliore qualificazione al sito romano sopra citato.

In quella occasione e per alcune parti bisognose di restauro , furono utilizzati numerosi ” conci vulcanici” appartenuti all’antico tratto viario .

Questi locali, come ci è stato riferito da più confinanti, furono utilizzati come ” rifugi antiaerei” nel corso dell’ultimo e tragico evento bellico, raggiungibili da una buca posta nel lato est della stessa fontana.

Un altro tassello storico-archeologico della nostra città di Formia .

Un risultato che è stato possibile raggiungere grazie ad un fascicolo conservato nell’Archivio Storico Comunale di Formia ” Franco Miele”.

Raffaele Capolino

ANTICHI MESTIERI DEI NOSTRI ANTENATI DI CASTELLONE E MOLA NEL 1700

ANTICHI MESTIERI DEI NOSTRI ANTENATI DI CASTELLONE E MOLA NEL 1700

Mi limiterò ai mestieri scomparsi , a quelli che ho ritenuto più curiosi e a quelli con termini diversi da come li chiamiamo oggi

BASTASE O VASTASO , colui che trasportava merci per conto terzi con la sola forza delle braccia. Il facchino di oggi.

BUZZAROLO , era il bottaro ( dal latino buttis) e lo scavatore di fosse (da butta)

CAPRARO , era chi possedeva bestie . Ad esempio Giovanni Nardella possedeva tre bovi aratori, due bestie sumarine, cento pecore da corpo e quattrocento capre da corpo.

MACCARONARO, chi lavorava nel settore della pasta sia come produttore, sia come venditore ambulante.

CHIANCHIERE , era colui che ” macellava le bestie e le vendeva nella sua bottega “.

CACCAVARO , era colui che lavorava l’argilla per ricavarne mattoni, tegole di copertura o vari tipi di pentole di terracotta dette ” caccavelle”, un termine in uso ancora oggi a Formia. Gennaro Martone , di Mola era un caccavaro

FERRARI , erano cosi chiamati coloro che lavoravano il ferro . I fabbri di oggi.

OROLOGISTA, l’addetto alla manutenzione di un orologio pubblico

SARTORI , così erano chiamati i sarti

TAVERNARI , gli osti odierni

VATICALI detti anche VARDARI , coloro che trasportavano merci per conto terzi con asino, mula o cavallo

VETTURALI , chi trasportava merci per altri, con carretto trainato da quadrupede

” VIVE DEL SUO ” era l’espressione usata per chi viveva di espedienti .Ad esempio tal Erasmo Martone viveva di “incantesimi e opere magiche “.
Questa espressione, però, poteva essere usata anche per chi viveva con mezzi propri. Queste persone saranno poi chiamate :Capitalisti o Possidenti.

Nel settore della pesca:

BARCELLARI , erano i pescatori proprietari di piccole imbarcazioni

CALAFATI , erano gli addetti alla impermeabilizzazione ( calafatura) delle imbarcazioni.

LAVORANTI FUNARI , gli addetti alla costruzione e alle riparazioni delle corde

FALEGNAMI DI MARE , erano i ” mastri d’ascia ” che si imbarcavano e che in qualsiasi momento e in qualunque condizione dovevano costruire o riparare imbarcazioni .

Le imbarcazioni più comuni erano le “TARTANE” bastimento da carico con albero , calcese e vela latina, e le ” FELUCHE” imbarcazioni veliere piccole e veloci.

La ” TASSA DI BONATENENZA ” era la tassa patrimoniale sui beni posseduti.

Le famiglie più agiate di Mola erano i Filosa, i Di Stefano, i Matassa , i Gianandrea , i Tosti .

A Castellone i Recco, i Forcina, i Pecorino, i Marciano.

Le notizie sono state prese dal Catasto Onciario di Mola elaborato da Antonio Cesarale e Carlo Magliozzi, nonché da una tesi di laurea della nostra concittadina Pompea Carnara che nel 1975 ne dono’ una copia a G. Bove per cui fa ora parte del Fondo Bove presso l’Archivio Storico del Comune di Formia.

Un accesso all’Archivio Storico di Formia e una consultazione online del Catasto Onciario di Mola hanno consentito di apporre un altro piccolo tassello alla nostra storia di Formia.

Raffaele Capolino

IPOTESI RESTITUTIVA TRATTO CENTRALE VIA APPIA A FORMIA

IPOTESI RESTITUTIVA TRATTO CENTRALE VIA APPIA A FORMIA

La prima immagine dell’immediato dopoguerra ci aiuta a capire come sia stata, in antichità, l’Appia Antica in quel tratto oggi chiamato Via Rubino.

Anche Formia, come tutte le più importanti città del mondo romano, aveva un tratto colonnato dell’Appia Antica che, dall’area del Foro terminava verso est con un arco di trionfo, peraltro citato anche da Pasquale Mattej.

L’architetto Salvatore Ciccone e la Dott.ssa Nicoletta Cassieri hanno realizzato una straordinaria mappa con ipotesi restitutive della nostra città supportate da resti archeologici, foto d’epoca, testi storici ed altro.

I numerosi reperti del CONI, del Parco De Curtis e del Largo Purificato, portano a pensare che l’arco formiano debba essere stato a tre fornirci invece di uno solo. ( ved. foto riferita ad altra città)
L’arcata centrale era ovviamente destinato al traffico dei carri mentre i due archi laterali servivano per il passaggio pedonale.

Raffaele Capolino

IPOTESI RESTITUTIVA TRATTO CENTRALE VIA APPIA A FORMIA

IPOTESI RESTITUTIVA TRATTO CENTRALE VIA APPIA A FORMIA

La prima immagine dell’immediato dopoguerra ci aiuta a capire come sia stata, in antichità, l’Appia Antica in quel tratto oggi chiamato Via Rubino.

Anche Formia, come tutte le più importanti città del mondo romano, aveva un tratto colonnato dell’Appia Antica che, dall’area del Foro terminava verso est con un arco di trionfo, peraltro citato anche da Pasquale Mattej.

L’architetto Salvatore Ciccone e la Dott.ssa Nicoletta Cassieri hanno realizzato una straordinaria mappa con ipotesi restitutive della nostra città supportate da resti archeologici, foto d’epoca, testi storici ed altro.

I numerosi reperti del CONI, del Parco De Curtis e del Largo Purificato, portano a pensare che l’arco formiano debba essere stato a tre fornirci invece di uno solo. ( ved. foto riferita ad altra città)
L’arcata centrale era ovviamente destinato al traffico dei carri mentre i due archi laterali servivano per il passaggio pedonale.

Raffaele Capolino

142 ANNI FA MORIVA A NAPOLI PASQUALE MATTEJ. ERA NATO IL 29 GENNAIO 1813 A CASTELLONE

142 ANNI FA MORIVA A NAPOLI PASQUALE MATTEJ. ERA NATO IL 29 GENNAIO 1813 A CASTELLONE

Lo ricordiamo con questo articolo riguardante un suo dipinto che ha avuto una storia incredibile.

L’ODISSEA DI UN DIPINTO DI PASQUALE MATTEJ ( Formia 1813 – Napoli 1879)
Ritornò in Italia, dal continente asiatico, dopo oltre un secolo.

Agli inizi del 1900 questo dipinto fu acquistato in una galleria di Firenze da una nobildonna francese che , qualche anno dopo , promessa in sposa al Presidente del Bali , partì da Parigi portando con sé, tra le altre cose, questo dipinto dal quale non volle separarsi.

A nozze avvenute il prezioso quadro fu sistemato nel Palazzo Presidenziale di Bali , in Indonesia, dove rimase per oltre cento anni.

Con la morte della nobildonna e del suo coniuge, il dipinto fu venduto da un loro figlio ad un mercante d’arte di Bali che , avendo letto sul dipinto il nome dell’autore , si mise in contatto via ” internet ” , pochi anni fa, con un collezionista italiano estimatore delle opere del Mattej.

Il mercante di Bali aveva individuato la strada giusta perché la trattativa instaurata arrivò a conclusione con soddisfazione reciproca dei contraenti.

Fu così che questo dipinto, olio su tela di 68 x 90 cm con titolo ” Rebecca incontra Eliezer al pozzo di Nacor ” firmato “Mattej 1850”, finì di andare in giro per il mondo e poté ritornare in Italia e far parte di una collezione privata .

Si tratta di un’opera interessante e rara per il suo contenuto biblico, a noi sconosciuta fino a qualche anno fa , e prodotta dal pittore Formiano nel suo periodo più fecondo.

Raffigura l’incontro di Rebecca , figlia di Rachele e promessa in sposa ad Isacco , con un servo di Abramo ” Eliezer ” incaricato di condurre la donna nella dimora del suo futuro sposo.

Raffaele Capolino

INCOMPATIBILITÀ DI DUE CONSIGLIERI DEL COMUNE DI FORMIA NEL 1867.

INCOMPATIBILITÀ DI DUE CONSIGLIERI DEL COMUNE DI FORMIA NEL 1867.

Si tratta di due casi di incompatibilità per due nostri concittadini nei primi anni dell’Unità d’Italia.


  • Il primo caso riguarda Angelo Paone, un sacerdote coadiuvante il Parroco di S. Erasmo di Castellone Leone Paone.
    Angelo Paone, che svolgeva funzioni religiose alle chiese di S. Erasmo, S. Anna e Madonna del Carmine, si presento’ alle elezioni amministrative di Formia del 23 luglio 1867 e fu eletto consigliere.

Due elettori di Formia , Leonardo Guerrieri ed Erasmo Sorreca presentarono reclamo scritto a seguito del quale il Consiglio Comunale del 6 agosto 1867 , a maggioranza di voti deliberò la ineleggibilità del sacerdote, nel rispetto di normative dell’epoca.

Il Paone ricorse in appello sperando di far valere le proprie ragioni, ma le cose andarono diversamente nella udienza della Corte del 23 ottobre del 1867.
La Corte d’Appello rigetto’ il ricorso e dichiarò il sacerdote incompatibile per ricoprire il ruolo di consigliere comunale.


  • Nella stessa tornata elettiva del 23 luglio del 1867 fu eletto consigliere comunale anche Luigi Capolino, un impresario edile di Formia che aveva una vertenza legale con il Comune di Formia.

La vertenza legale nacque in questo contesto di situazioni.

Come descritto in un post di qualche anno fa, già nel periodo borbonico , la via Appia che attraversava Formia con originario basolato romano, costituiva problemi di transito ai carri militari provenienti dal lato orientale per la forte pendenza della strada tra l’imbocco di Caposelice ed il Ponte di Rialto.

Il Re Ferdinando ll , aveva pensato di far ricoprire predetto tratto con brecciame e materiale sabbioso per attutire la scivolosita’ delle ruote ferrate sul basolato calcareo.

Questa nuova situazione creava però altri problemi alla cittadinanza sia in inverno che in estate per eccesso di fango e di polvere , per cui lo stesso Re, dopo una corretta gara d’appalto e con un contratto pluriennale, incaricò Luigi Capolino come responsabile della manutenzione del tratto urbano sopra citato.

In pratica gli operai di Luigi Capolino dovevano innaffiare con frequenza il percorso viario nel periodo estivo e tenere puliti i canali di scolo delle acque nel periodo invernale.
Ma questa attività di manutenzione non risolveva appieno i problemi sopra esposti.

Con la morte di Ferdinando ll e con l’avvenuta Unità d’Italia, il sindaco Gaetano Rubino volle porre fine al contratto tra Luigi Capolino ed il Comune di Formia.
Nacque così una vertenza giudiziaria tra le parti.

La stessa Corte che giudico’ il sacerdote Angelo Paone, nella udienza del 23 ottobre del 1867, dichiarò con altra sentenza Luigi Capolino incompatibile nel ricoprire la carica di Consigliere Comunale , per essere in lite giudiziaria con il Comune di Formia.

Quindi , 150 anni fa , il problema delle incompatibilità di rappresentanza delle istituzioni erano ben disciplinate dalle leggi del momento.

Luigi Capolino, nella sua attività di impresario edile, fu protagonista di rinvenimenti di numerosi reperti archeologici tra cui la meravigliosa Venere Afrodisia trovata a pochi metri dalla Chiesa di S. Teresa, sotto il primo palazzo sulla destra di Via Rialto Ferrovia.

Conosciamo molti dei reperti rinvenuti da Luigi Capolino grazie ai disegni e alle narrazioni di Pasquale Mattej.

Nella ricerca di questi particolari mi è stato di grandissimo aiuto l’amico Michele De Santis.

Raffaele Capolino