I LANTERNINI DI S. MARIA LA NOCE – FORMIA

I LANTERNINI DI S. MARIA LA NOCE – FORMIA

Una grandiosa opera idraulica fatta realizzare dal Re delle Due Sicilie Ferdinando ll, non solo per la sua Real Villa Caposele ma anche per la Caserma militare nell’ex Convento degli Olivetani, per le derivazioni destinate al lavatoio pubblico di P. za S. Erasmo e a diverse fontane del borgo collinare nonché ad una fontana nuova da collocare a Marina di Castellone, come ci viene riferito da Pasquale Mattej.

La prima foto mostra, in modo schematico l’intero impianto di distribuzione delle acque , voluto da Ferdinando ll, subito dopo aver acquistato nel 1852 la Villa Caposele di Formia, già proprietà del Principe Carlo Ligny e prima ancora dei Marzano/Laudati.

Grazie ad amici che mi hanno supportato nelle ricerche, sono riuscito a rintracciare e fotografare otto strutture chiamate ” Lanternini” dai nostri avi e da Pasquale Mattej nella sua mappa del 1868 dal titolo:
L’antica e la moderna Formia.

In merito al Lanternino n. 4, è stato possibile individuare solo il luogo dove era situato, ma non la struttura che è andata distrutta dagli ultimi eventi bellici.
Gli altri sette sono tutti documentati con foto e particolare del numero scolpito nell’architrave.

I lanternini, che all’epoca dovevano essere non meno di trenta, hanno ancora una numerazione con partenza dal numero ” 1″ apposto sul grande Lanternino a pochi metri dalla Chiesa di S. Maria La Noce.

Ancora oggi, i primi tre elementi di questo straordinario impianto di distribuzione di acque potabili, sono perfettamente funzionanti.

Un altro importante particolare è emerso quando mi sono reso conto che tra i Lanternini n. 5 e n.6 , non poteva mai esserci una ricarica per caduta, trovandosi il secondo su una quota più alta.

In pratica la struttura contrassegnata dal n. 6 era alimentata da un’altra più copiosa sorgente. Questo elemento è collocato su una grande cisterna in muratura con funzione di stoccaggio. Struttura che , nell’ultima guerra, divenne anche rifugio e abitazione per diverse decine di famiglie.

Pertanto il successivo lanternino n. 7 riceveva il flusso di due diverse sorgenti attraverso gli elementi n. 5 e n. 6.

Tre curiosità.
1)Tutti i Lanternini hanno nella parte più alta quattro cubi di pietra con lati di cm 30 e con un foro centrale di aerazione di quattro centimetri di diametro.
2) Tutte le strutture sono dotate di vani di decantazione.
3) Le staffe di ferro degli infissi di legno sono fissate con piombo fuso nella cornice di pietra calcarea.

Sulla strada che dalla Chiesa di S. Maria La Noce porta a valle, sono evidenti le tracce di tre grandi porzioni di condotte murarie a piano di campagna. (ved. prima foto)

Tutte le strutture idrauliche erano ispezionabili e collegate tra loro con condotte murarie, ciò che rende davvero imponente l’opera complessiva.

Come già riferito in altre occasioni, i Lanternini, servivano sia da sfiatatoi sia da riduttori della velocità delle acque.
Inoltre erano strutture di decantazione e purificazione delle acque sorgive che, da quota 250 mt , erano destinate a diverse fontane pubbliche di Castellone, alle due fontane ornamentali della Villa Reale e ai due Ninfei Romani che si trovano quasi a livello del mare di Marina di Caposele.

Con buona certezza fu l’architetto Giacomo Guarinelli, un ufficiale del Genio Militare Borbonico, a progettare e a condurre i lavori di quest’opera che ha funzionato fino all’ultimo conflitto mondiale.
Lo stesso architetto si prese cura del restauro di buona parte dei resti archeologici all’interno della Real Villa Ferdinandea del Caposele di Formia.

È infine probabile che questo sistema di canalizzazione borbonica abbia ricalcato quella romana per il rifornimento idrico del
Cisternone Romano di Castellone.

Raffaele Capolino

REPERTI TROVATI NEL 1890 A FORMIA MENTRE VENIVA COSTRUITO QUESTO PALAZZO DAI F. LLI PAONE IN VIA TULLIA.

REPERTI TROVATI NEL 1890 A FORMIA MENTRE VENIVA COSTRUITO QUESTO PALAZZO DAI F. LLI PAONE IN VIA TULLIA.

Come risulta dagli Atti della Real Accademia dei Lincei, nel 1890 furono trovati a Formia diversi reperti di epoca romana, di cui alcuni molto interessanti.

Il palazzo citato negli atti è quello in foto, riconosciuto da tutti come Palazzo dei F.lli Paone ora in Via Rubino ( già Via Tullia, già Via Appia Antica ) documentato, tra l’altro, dal “fermaportone” datato 1892. ( vedi foto)

Sicuramente i pezzi più importanti rinvenuti sono quelli di cui ai n.3 – 4 – 5 – 6 :

  • Capitelli corinzio
  • Testa muliebre di pietra calcarea
  • Busto di statua virile
  • Frammento epigrafico :…… VERO COS II …..

Il frammento non può che riferirsi a Lucio Vero che fu Console di Roma per due volte( nel 154 e 161) e co-imperatore di Roma con Marco Aurelio dal 161 al 169 d. C.

Lucio Vero e Marco Aurelio, pur di padri diversi, furono adottati dall’imperatore Antonino Pio su raccomandazione dell’imperatore Adriano.

Alla morte di Antonino Pio i due fratelli adottivi subentrarono come co-imperatori.
Fu il primo caso di due imperatori con eguali poteri a governare l’impero romano.

Il nome completo di Lucio Vero era : Lucio Celonio Commodo Vero.

Quando Lucio Vero morì, l’impero rimase nelle mani di Marco Aurelio che, avendo avuto quattordici figli da Faustina Minore, interruppe il ciclo degli imperatori “adottivi” iniziato con Nerva – Traiano – Adriano – Antonino Pio – Lucio Vero/Marco Aurelio.
Alla morte di quest’ultimo subentrò suo figlio Commodo che passo’ alla storia come imperatore che subì la ” damnatio memoriae”.

Questa è la relazione ufficiale dei ritrovamenti:

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ATTI DELLA REAL ACCADEMIA DEI LINCEI – 1890

“Resti, di edificio di età imperiale scoperti presso la via Tullia.
Eseguendosi alcuni scavi dai sigg. fratelli Paone per le fondamenta di una nuova casa nel giardino di loro proprietà presso la via Tullia, sono avvenute le seguenti scoperte.

A circa m. 3 di profondità, cominciarono a rinvenirsi, tra rottami di vecchia fabbrica, tratti di antiche mura, archi e pilastri in mattoni : e seguitando a scavarsi, a m. 6 si scoprì un pavimento parte a mosaico e parte a lastre marmoree. Tra i rottami si rinvenne:
1 – Vari pezzi di colonne di cipollino liscie, di varie lunghezze ma tutti di m. 0,50 di diametro.
2 – Quattro assi di colonne di marmo bianco, finamente lavorate; due sono di ordine corinzio .
3 – Un capitello corinzio.
4 – Testa muliebre di pietra calcare, con ricca capigliatura scendente sul collo.
5 – Busto di statua virile mutilato, di finissimo marmo statuario e di buon lavoro.
6 – Frammento epigrafico su lastra di marmo, ove si legge : VERO Cos Il
7 – Piccolo capitello corinzio, semplice.
8 – Vari tubi di piombo, del diam. di m. 0,05 circa.”

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Solo i reperti di cui ai n. 1 – 2 – 3, fanno parte del nostro attuale patrimonio archeologico.

Raffaele Capolino

IL PAVIMENTO IN MOSAICO POLICROMO CON “CROCI DI SCUTA” TROVATO A FORMIA IN VIA DELLE TERME ROMANE

IL PAVIMENTO IN MOSAICO POLICROMO CON “CROCI DI SCUTA” TROVATO A FORMIA IN VIA DELLE TERME ROMANE

Nella scheda ” Tess . sistema per la catalogazione informatizzata dei pavimenti antichi ” risulta questo pavimento in mosaico policromo , rinvenuto nel 1932 sotto il Podestà di Formia Felice Tonetti così descritto:

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” Tessellato policromo a ornato geometrico costituito da croci di scuta intrecciati disegnati da trecce a due capi e caricate da ottagoni formanti esagoni e ottagoni. A seguito del rinvenimento il pavimento visibile ( metri 8,50 x 7,2O) fu distaccato e trasportato presso ” una torre a monte di Formia ” .
Ad oggi non è stato possibile rinvenire il pavimento , forse identificabile con un altro tessellato menzionato dal De Rossi proveniente da Formia e conservato presso il Museo Nazionale Romano ( G M. De Rossi, Lazio Meridionale , Roma 1980 , p. 154). “

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In altre parole questo pavimento , di mq. 60 circa , del IV sec. d.C. fu trovato nel 1932 in Via delle Terme Romane nei pressi della Torre di Mola .

Su disposizione del Podestà Felice Tonetti , autorizzato dalla Soprintendenza di Napoli, fu distaccato e conservato nella Torre ottagonale di Castellone da dove scomparve fino a quando il De Rossi , nel 1980 , scrisse che è conservato nel Museo Nazionale Romano , detto anche Museo Palazzo Massimo di Roma , con la dicitura ” Proveniente da Formia “.

Se è vero quanto scritto dal De Rossi il pavimento deve essere stato trafugato da qualcuno , forse approfittando del disordine provocato dall’ultimo conflitto e pervenuto poi in qualche modo al Museo Nazionale Romano che potrebbe anche riferirci qualcosa in merito alla sua provenienza ed acquisizione.

Ricordo che si tratta di una piccola parte di un pavimento appartenuto al complesso sistema delle Terme Romane che occupava una vasta zona che andava dal lato ovest dell’Acquedotto Romano fin sotto l’attuale Torre di Mola , dove è in parte ancora visibile.

Il complesso Termale, che era alimentato dall’acquedotto di Mola proveniente dalla Sorgente di Mazzoccolo e che potrebbe riservarci ancora qualche ritrovamento, doveva quindi essere stato attraversato dall’Appia antica per essere disposto su ambedue i lati.

Negli anni del ritrovamento ci si accorse che altre parti del pavimento a mosaico erano sotto le abitazioni insistenti in quella zona.

Sono stati fatti disegni di queste Terme Romane di Formia che potrebbero essere trasformati in una ricostruzione virtuale ipotetica in 3D commissionata a qualche studio tecnico del settore.

Se suddetta operazione, che non credo eccessivamente onerosa, venisse fatta anche per il Teatro Romano e per l’Anfiteatro Romano , non sarebbe per nulla una cattiva idea e darebbe un impulso significativo per cavalcare con orgoglio ” il turismo archeologico ” che servirebbe anche a dare linfa al turismo tradizionale in affanno da molti anni.

Ma questi sono sogni che, si spera, diventino realtà.

Per il momento non possiamo che scrivere e leggere un’altra delle tante storie di reperti usciti per sempre dal nostro territorio ed esposti in altri musei del mondo intero.

Raffaele Capolino

UN “OLIO SU TELA” DI ANTONIO SCOTTO “Sant’Anna insegna alla Vergine a leggere”

UN “OLIO SU TELA” DI ANTONIO SCOTTO
“Sant’Anna insegna alla Vergine a leggere”

L’artista ha voluto dipingere S. Anna con la sua figliola Maria che diventerà la madre di Gesù e due angioletti con le ali.
In alto la Chiesa di S. Anna e il palazzo dei Valeriano

Una realizzazione pittorica, ammirata, a suo tempo, dal Vescovo Fabio Bernardo D’Onorio e che ha una curiosa storia.

Donata, una decina di anni fa dal pittore, senza alcuna formalità burocratica, per essere esposta nella Chiesetta di Piazza S. Anna a Castellone , fu invece per anni posta in un vano secondario della stessa Chiesa, dove venivano riposti secchi, scope e quant’altro.

Fu per suddetto motivo che il Prof. Antonio Scotto ne richiese la restituzione, avvenuta dopo preventivo rilascio di una sua apposita dichiarazione.

In effetti, Antonio Scotto ha voluto riprodurre un’opera del ‘600 del Murillo ( Bartolome’ Esteban 1617-1682) conservata al Museo del Prado di Madrid ( ultima foto) con le stesse posture dei quattro personaggi, ma con volti dei nostri tempi e con i luoghi del nostro borgo storico di Castellone.

In particolare, il nostro concittadino ha voluto dare un volto giovanile a S. Anna che di solito è rappresentata in età avanzata.

Una tela, con misure cm 60 x 80, che trovo bellissima e che ripropone i luoghi della mia infanzia e gioventù.

La Chiesa di S. Anna a Castellone di Formia, il palazzo di “Quaquitt”, la Cantina di Quintino, i locali dove era ” La vecchia Locanda” gestita dalla mitica Regina Bartolomeo.
Luoghi che si trovano tutti sopra il Cisternone Romano del l° sec. a. C.

Ma c’è un altro particolare che mi riempie di gioia e che ho fatto notare recentemente al pittore mio compagno d’infanzia e di scuola.

Le immagini sacre in primo piano risultano posizionate sui gradoni esterni che sono all’ingresso del palazzo dove io sono nato e di cui sono tuttora uno dei proprietari.

In pratica è il palazzo al n. 27 di Via della Torre, a tre metri dall’ingresso del Cisternone Romano.

La penultima foto , con la stessa inquadratura dei luoghi, evidenzia e comprova egregiamente quanto sopra da me scritto.

Ricordo che Antonio Scotto, in passato, è stato anche autore di copie di due opere del Caravaggio, attualmente esposte nel salone delle Suore Pallottine di Via Lavanga, anch’esse oggetto di un mio articolo di qualche anno fa.

Non mi resta che ringraziare affettuosamente chi è capace di produrre e riprodurre dipinti di sublime bellezza.

Raffaele Capolino

I SEPOLCRI ROMANI DI FORMIA

I SEPOLCRI ROMANI DI FORMIA
Da un manoscritto di Pasquale Mattej

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” Nessuna città antica, non temiamo di affermarlo, poté mostrare tanto lusso e copia di sepolcri per quanti ne rivelarono le vie Formiane.
Dal Ponte di Rialto per più miglia verso Itri e Gaeta, dal Ponte di Mola verso Napoli su ambe le sponde dell’Appia, vedevasi una continuata successione di monumenti sepolcrali.
Le vie campestri conterminali ne erano ingombre, la Necropoli si diffondeva per le valli di Pagnano, di Santa Maria, di S. Elmo; siccome dall’altro lato i piani di Acquatraversa, di Palazzo, di Mamurrano mostravano tumuli e sepolcri di ogni forma, spesso di vistose apparenze.
Sicché quando al pensiero ricorreva l’immagine di sì ampio sepolcreto che recingeva i dintorni di Formia, non si poteva a meno di giudicare come questa testimonianza, anche di per sé sola, starebbe ad annunziare di quel popolo la religione, le arti, la Civiltà.”
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Pochi sanno che Pasquale Mattej, oltre al Sepolcro di Cicerone e a quello di Tulliola , vide e disegnò tantissimi sepolcri romani tra cui due sepolcri a forma di piramide, a Vindicio sull’Appia e sulla collina di Pagnano.
I resti del sepolcro sull’Appia è a qualche centinaio di metri dal Sepolcro di Cicerone.
L’altro sepolcro piramidale, anche questo noto alla Soprintendenza, è ancora visibile a Pagnano.
È per metà nella proprietà di un notaio di Formia e per l’altra metà nel giardino che circonda il Castello Miramare.
In queste due proprietà sono sparsi i blocchi calcarei disegnati da Pasquale Mattej, mentre
il nucleo in calcestruzzo romano è ancora in piedi.

Raffaele Capolino

IN QUESTO STESSO GIORNO DI 2063 ANNI FA FU ASSASSINATO A FORMIA, MARCO TULLIO CICERONE

IN QUESTO STESSO GIORNO DI 2063 ANNI FA FU ASSASSINATO A FORMIA, MARCO TULLIO CICERONE

Il tragico evento avvenne a Formia il 7 dicembre del 43 a. C., nello stesso luogo dove il figlio vi fece costruire successivamente un Sepolcro.

Gli ultimi giorni di Cicerone li conosciamo perché narrati da Tito Livio e da Plutarco Cheroneo.

L’oratore seppe della sua condanna a morte mentre era nella sua villa al Tuscolo assieme al fratello Quinto.

Riuscì a raggiungere la sua dimora di Formia con la speranza di trasferirsi via mare in qualche località della Grecia.
Non ebbe però modo di imbarcarsi rapidamente, impedito dal ” grecale “, un vento contrario che fu fatale per Cicerone.
Noi di Formia conosciamo bene questo vento che soffia da nord-est , con particolare frequenza , sulle regioni del Mediterraneo centrale.
Un vento che dura due/tre giorni.

Plutarco narra che fu un suo giovane servo greco di nome Filologo ad indicare ai sicari Erennio e Popilio la strada che Cicerone stava percorrendo in lettiga per raggiungere la sua nave nel porto di Cajeta.

Cicerone non volle che i suoi servi si battessero per lui, per cui decise di sacrificarsi senza arrecare danni ad altri.
Posò la testa fuori della lettiga e fu così che, su disposizione di Marcantonio, i sicari gli recisero prima la testa e poi le mani che diventarono, per diversi giorni, lugubri trofei ai Rostri a Roma.

Raffaele Capolino

L’ANFITEATRO ROMANO DI FORMIA

L’ANFITEATRO ROMANO DI FORMIA

Le foto di riferiscono agli scavi eseguiti una quindicina di anni fa.

Furono finanziati dall’ Amministrazione Provinciale di Latina proprietaria dell’intera area in cui insiste la struttura di un anfiteatro che pare sia, per grandezza, uguale a quello di Pompei.

In questi anni, noi tutti abbiamo sperato che la proprietà passasse al Comune di Formia e che venissero ripresi gli scavi, ma ciò non è avvenuto.

In più l’area, utilizzata oggi come parcheggio di autovetture per un’attigua attività di ristorazione, è diventata addirittura inaccessibile.

Mi piacerebbe conoscere i nomi di coloro che hanno determinato questa assurda e incredibile situazione, in cui un sito archeologico, pur di proprietà di una istituzione pubblica, sia diventato ad uso esclusivo di un privato.
Aggiungiamoci che gli espropri furono pagati con soldi pubblici e la situazione diventa ancora più paradossale.

Con un mio articolo di diversi anni fa, documentai con foto che parte degli ambulacri su cui poggiavano le gradinate, sono tuttora all’interno di locali al piano terra del fabbricato di ” Via dell’anfiteatro ” , costruito dai ” Di Leone ” nei primi anni del secolo scorso.

Raffaele Capolino

UNA FOTO DI FAUSTO FORCINA

Ricordo che proposi a Fausto questa particolare inquadratura dall’interno della Chiesa di S.Erasmo a Castellone.

Raffaele Capolino