UN DISEGNO DI PASQUALE MATTEJ

UN DISEGNO DI PASQUALE MATTEJIMG_20200530_223142

È forse l’unico dei tanti disegni di Pasquale Mattej che, stranamente, è privo di firma, di data e di didascalia.

Che sia la mano del nostro concittadino non ci sono dubbi. Il disegno fu presumibilmente eseguito intorno al 1847, ma sono molti i particolari che non si riesce bene a inquadrare.

Il Centro Storico Culturale di Gaeta, nel catalogo del 1979, fornisce questo titolo:
” Il monastero di S. Erasmo a Castellone”.

– Incominciando da sinistra, vediamo un sepolcro romano che oggi non esiste più.
Personalmente ricordo un vecchio rudere, posto su Via Olivetani, che era divenuto la dimora di un vecchietto che vi abitava da solo e che era chiamato da tutti : Montano.

– Altro particolare scomparso è l’alta torre campanaria che vediamo disegnata tra la Torre Ottagonale e la struttura religiosa di S. Erasmo.
Apparteneva forse all’attigua Chiesetta di S. Probo restaurata nel 1539 ?

– Il terzo enigma è rappresentato dal monastero” , il massiccio fabbricato a destra nel disegno, che sembra avere un andamento curvo.

È possibile che di questa grande struttura non sia pervenuta a noi un pur piccola traccia?

Forse è stata incorporata dalla Colonia marina “Federico Di Donato” costruita nel 1916 ?

A chi conosce bene i luoghi vicini al complesso religioso di S. Erasmo, non può sfuggire che il ” monastero” disegnato dal Mattej somiglia moltissimo al tamburo esterno del vicino Teatro Romano di Castellone.(ved. foto)

La struttura disegnata dal Mattej, sottoposta alla visione di un mio amico architetto così è stata descritta :

“Sulla parte laterale a destra sembra ergersi uno sperone in latericium di epoca romana con accenno ad una forma circolare, mentre il prospetto frontale può essere una costruzione più recente a più livelli. La parte romana andrà sicuramente a congiungersi ad emiciclo e può sembrare, continuando ad immaginare la continuità muraria, una grande struttura con funzioni a rappresentazioni teatrali, considerando che l’orientamento permetteva sicuramente una acustica migliore. Tutto senza dubbio racchiuso tra quelle risorse emergenti di aggregazione urbana presenti a valle.”

In effetti la struttura disegnata evidenzia due grosse arcate tipiche di un Teatro Romano .
Una appare ben aperta per tutta la profondità della costruzione mentre l’altra , anche se ben accennata e visibile, sembra occlusa.

Infine anche le aperture facciali ricordano moltissimo quelle di un teatro di epoca Romana.
I resti di rampe di scale, che si intravedono sulla destra, ci lasciano perplessi.

Forse il nostro artista, posizionato sulla zona collinare di Arvito, ha voluto affiancare visivamente le due uniche e grandi strutture presenti, in quegli anni, nell’area del “Borsale” di Castellone di Formia ?

Se quanto ipotizzato in questo post fosse la verità, potremmo anche affermare che l’utilizzo abitativo del nostro teatro romano sia incominciato non prima del 1850.
È noto che moltissimi portali di Castellone recano date di questo periodo.

Pasquale Mattej, che ha disegnato tutto ciò che riteneva bello o storico , non poteva dimenticare di immortalare , su un cartoncino di cm 21,8 x cm 13,8 , l’immagine del teatro romano di Castellone, che sicuramente deve aver visto fin da bambino.

Raffaele Capolino

IL TOPONIMO “BORSALE” A FORMIA Ipotesi sulla sua origine

IL TOPONIMO “BORSALE” A FORMIA
Ipotesi sulla sua origineFB_IMG_1590823283275

Il ” Borsale” è un ampio giardino di Castellone incastonato tra la Torre Ottagonale ad est , il Teatro Romano a sud e il complesso religioso di S. Erasmo ad ovest .

Nulla è stato mai detto o scritto sulle origini di questo termine per cui non esiste, al momento , alcuna ipotesi che possa farci capire come sia nata la parola Borsale.

L’amico Salvatore Cardillo mi ha segnalato un recente studio del 2O16 del Prof. Francesco Ferruti : Il contributo della toponomastica all’archeologia classica, medievale e industriale.

Il Ferruti rileva nel suo studio che :

“A Formia il colle al quale si appoggia la cavea del Teatro è detto ” Borsale ” , un toponimo che costituisce con tutta evidenza la metatesi di ” Borlase ” .

In effetti i termini ” Borlase – Berolais (latinizzato in Perilasium) – Perilasio – Perlasio ” sono stati riscontrati in più parti d’Italia in zone prossime ad anfiteatri e teatri costruiti dai Romani.

Il Ferruti fa derivare queste parole da ” bera-laika ” un termine usato da popolazioni germaniche e longobarde per indicare uno spiazzo riservato al combattimento degli orsi all’interno di anfiteatri romani costruiti nei loro territori.
Sappiamo che queste popolazioni hanno poi occupato diverse parti dell’impero romano d’Occidente a partire dal quinto secolo d.C.

Lo stesso autore ritiene che molti spettacoli gladiatorii o di venationes con belve , in situazioni di anfiteatri rovinati e resi inagibili dal tempo, avvenivano anche nei Teatri , per cui le fonti tardoantiche e medievali hanno attribuito erroneamente il nome di anfiteatro al teatro , cosa che è successo anche nel caso di Formia .

” La Passio del martire S. Erasmo , composta nel 1118-1119 dal monaco Giovanni Cajetani detto Coniulo da Gaeta , divenuto poi Papa Gelasio ll , ricorda la deposizione del corpo del Santo Vescovo – iuxta amphiteatrum – nel 303 , intendendo in realtà riferirsi al Teatro.”

È successo quindi che in uno di questi spettacoli, presso il teatro di Formia , sia stato martirizzato S.Erasmo dai romani e lo stesso teatro fu chiamato anfiteatro , dopo ottocento anni , in narrazioni fatte da scrittori di generazioni successive e popoli diversi.

Il termine Perilasium ha pure significato di ” spazio aperto usato a pascolo ” , per cui è pensabile che il nostro “Borsale ” sia stato un ” vivarium” , una riserva per animali destinati ai giochi gladiatorii organizzati nel vicino Teatro.

Questo è quanto rilevato in questo studio che, letto con attenzione , è ancora più convincente di questa mia semplificata narrazione .

Devo pertanto riconoscere che le ipotesi del Ferruti sono tasselli che si incastrano a meraviglia con quanto da noi conosciuto e con lo stato dei luoghi a noi noti.

In ogni caso, ben vengano ulteriori contributi che possano arricchire ancor più le nostre conoscenze su questo luogo citato più volte nel Codex Diplomaticus Cajetanus e , soprattutto, nei manoscritti e documenti dell’Abbazia di S. Erasmo di Formia .

Raffaele Capolino

LE TRUPPE AUSTRIACHE CHE OCCUPARONO EDIFICI PUBBLICI E PRIVATI DEL COMUNE DI CASTELLONE E MOLA DAL 1821 AL 1827

LE TRUPPE AUSTRIACHE CHE OCCUPARONO EDIFICI PUBBLICI E PRIVATI DEL COMUNE DI CASTELLONE E MOLA DAL 1821 AL 1827
FB_IMG_1590731779826Richiesta di indennizzo di Pasquale Mattej nella qualità di erede dei suoi genitori adottivi deceduti.

Con un mio post del passato narrai l’episodio del Re di Napoli, Ferdinando IV , che si fermò a Mola di Gaeta nel 1816 e pernotto’ in casa del Barone Simone Mattej padre del suo primogenito Pasquale , nato nel 1813 a Castellone.
Il re era diretto, come partecipante, al Congresso di Vienna che doveva servire , in pratica , a restaurare in tutta l’ Europa l’ordine preesistente alla rivoluzione francese del 1789 e ai Regni Napoleonici susseguenti che durarono dal 1805 fino al 1815.

Per effetto di queste decisioni il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia furono fusi e ritornarono ai Borbone, Ferdinando IV cambiò nome e divenne Ferdinando I Re delle due Sicilie con Napoli capitale.
Questa fusione scontento’ soprattutto i siciliani che avevano già una Costituzione e un Parlamento popolare che furono aboliti determinando un movimento antiborbonico separatista che prese piede anche nel territorio napoletano e che preoccupò non poco Ferdinando I che, nel 1821 , chiese ed ottenne dai suoi parenti Asburgo un contingente militare di 30.000 soldati da distribuire in tutto il territorio del Regno delle due Sicilie in aggiunta e in aiuto all’esercito borbonico al fine di poter meglio controllare eventuali casi di ribellione.

Ferdinando IV aveva sposato Maria Carolina d’Asburgo-Lorena , sorella della Regina di Francia Maria Antonietta moglie di Luigi XVI , entrambi ghigliottinati a Parigi nel 1793.

I soldati austriaci destinati al nostro territorio anche con funzioni di controllo, assieme alle milizie borboniche della Fortezza di Gaeta, del confine nord del Regno, furono alloggiati in fabbricati pubblici e privati , espropriati appositamente e provvisoriamente dal Comune di Mola e Castellone appena nato nel 1820 .
Questi locali furono lasciati dai militari austriaci solo dopo sette lunghi anni, nel 1827 , in condizioni disastrate e non più abitabili.
Per tutti questi anni il Comune di Mola e Castellone e i privati cittadini dovettero accollarsi anche l’onere delle forniture alimentari occorrenti alle forze militari austriache.
Fu così che il 15/9/1839 , dopo dodici anni dalla partenza dei militari stranieri e sotto il Regno di Ferdinando II , la provincia di Caserta autorizzò tutti i comuni della sua competenza territoriale, a elaborare un documento unico per una richiesta di indennizzo complessivo destinato sia agli enti che ai privati.

Pasquale Mattej, come erede di Don Nicola Maltese e Lucia Merola suoi genitori adottivi morti rispettivamente nel 1833 e 1837, chiese la somma di 350 ducati a titolo di rimborso per i danni causati al caseggiato e al giardino dagli occupanti soldati austriaci.

Nel documento redatto dal Comune di Castellone e Mola la richiesta di Pasquale Mattej è riportata con il nome del defunto Don Nicola Maltese padre adottivo del Mattej.

Altri a chiedere indennizzi furono: La Chiesa parrocchiale di S.Erasmo, Giuseppe Spina, Don Andrea De Matteis Marangio (ecco perché le attuali due Vie Marangio), Erasmo Paone , Gennaro Capolino , il Parroco Angelo Forcina, Antonio Punzo, Raffaele Purificato ed altri.

Il comune di Castellone e Mola chiese globalmente alla Provincia un rimborso di 3.591,5 ducati comprensivi di ducati 1.760 da rimborsare ai privati. L’importo riguardante la posizione di Pasquale Mattej fu valutata ducati 290=.

I documenti allegati a questo post non sono facilmente leggibili perché fotografati con il mio cellulare e per questo il documento storico di Pasquale Mattej e’ apposto sia interamente sia diviso in tre parti per facilitarne la lettura.
L’Archivio Storico di Formia sta installando un’apparecchiatura ” scanner ” che migliorerà questo aspetto.

In merito alla richiesta di Pasquale Mattej , credo che si tratti di una copia elaborata a mano , visto che la grafia non corrisponde a quella del nostro illustre concittadino riscontrabile su numerosi suoi disegni pervenutici.

Grazie a questo documento conservato nel nostro Archivio Storico e con un approfondimento storico si è potuto spiegare la presenza militare austriaca dal 1821 al 1827 nel nostro Comune di Castellone e Mola sorto nel 1820 con accoglimento, da parte del Re Ferdinando I , della richiesta di autonomia amministrativa presentata dai due borghi.

Quanto raccontato credo sia stato uno dei primi e più importanti impegni amministrativi della città appena nata.

Suddetto comune , come già narrato in altri post, solo nel 1862 darà origine al Comune di Formia che riacquisterà, in tal modo, il suo glorioso, originario e plurimillenario nome, acquisendo nel 1865 il titolo di “Città”.

Raffaele Capolino

MAGNESIA EFFERVESCENTE FORMIANA

MAGNESIA EFFERVESCENTE FORMIANAFB_IMG_1590559361068

Prodotta, negli anni venti del secolo scorso, dal Cav. Pasquale Gallinaro nel suo ” Laboratorio Chimico” che aveva nel retro della sua ” Farmacia Gallinaro” in Piazza Marconi a Formia.

In questo laboratorio, Pasquale Gallinaro produsse anche la ” Fosfocitrolitrina Gallinaro”, un ” antiurico” così definito dallo stesso farmacista :

” Il valore terapeutico del mio prodotto, dovuto alla felice combinazione chimica dei suoi componenti e all’efficacia curativa di ciascuno di essi, mi da sicuro affidamento che la mia preparazione sarà presa in considerazione anche da quei signori medici che finora non hanno avuto occasione di conoscerla. ”

Pasquale Gallinaro ( 1885 – 1985) fu l’ultimo Podestà di Formia nel Regno d’Italia e il primo Sindaco del dopoguerra, sempre della Città di Formia.

In pratica fu Primo Cittadino di Formia dal 23 luglio 1940 fino al 7 luglio del 1956.

Successivamente svolse le funzioni di Commissario nel Comune di Formia dal 4 maggio 1966 fino al 14 maggio 1967.

Svolse sempre le sue funzioni di ” Primo Cittadino” senza percepire alcun emolumento .

Ebbe diverse onorificenze, tra le quali :

-Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto
-Medaglia d’Oro della Sanità
-Medaglia d’Oro dell’Ordine dei SS. Cosmo e Damiano.
-Cavaliere della Corona d’Italia
-Commendatore

Un personaggio di grande cultura e di grande umanità che usò , nel periodo bellico, per far graziare trenta formiani condannati a morte dal Comando Tedesco.

Non gli mancava una buona dose di ” positiva ironia formiana” che lo rendeva simpaticissimo a tutti.

Si è goduto, fino all’età di cento anni, la sua centralissima e fascinosa dimora di Via Vitruvio, purtroppo attualmente in stato di abbandono.

Un personaggio del passato che meriterebbe dimostrazioni di maggiore gratitudine da parte di tutti noi che lo abbiamo conosciuto.

Raffaele Capolino

BASSORILIEVO NELLA CHIESA ” STELLA MARIS ” A VINDICIO DI FORMIA

BASSORILIEVO NELLA CHIESA ” STELLA MARIS ” A VINDICIO DI FORMIA


Opera dello scultore Francesco Jerace ( Polistena 1853- Napoli 1937)

Pochissimi di Formia sono a conoscenza che nella Chiesa di Stella Maris a Vindicio è conservata un’opera di un grande artista che ha eseguito lavori scultorei in tutto il mondo.

Si tratta della facciata dell’unico altare di questa Chiesetta, a me cara per ricordi familiari , che evidenzia un bassorilievo , opera di uno scultore che riuscì a mescolare cultura classica con il realismo del suo periodo di vita.

Nella Chiesa di Stella Maris possiamo oggi ammirare un’opera di Jerace , in puro marmo di Carrara, in bassorilievo con la figura centrale della Madonna che abbraccia amorevolmente un gruppo di storpi e diseredati richiedenti aiuto.
L’opera si chiama “La carità” ed è firmata dall’autore.

Le opere scultoree di Francesco Jerace, prevalentemente a carattere religioso, sono sparse in diverse capitali del mondo : Londra, Varsavia, Berlino, Vienna , Dublino e persino in Russia.

Sulla facciata del Duomo di Napoli sono visibili i suoi rilievi de “Il Miracolo di S. Gennaro” e “Il martirio di S.Gennaro” .

A Torino una sua opera detta “La Victa” è famosa quanto il ” David” di Michelangelo a Firenze.
Moltissime opere sono a Reggio Calabria sua regione d’origine, altre ancora a Bergamo e Trento.

Insomma a Formia possiamo ammirare il vibrante realismo impresso da questo grande Artista nelle sue opere.
Uno degli scultori più ricercati negli ambienti culturali intellettuali e dell ‘alto collezionismo europeo e internazionale a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Con buona probabilità questo bassorilievo deve essere stato già di proprietà di Tommaso Leonetti che lo avrebbe fatto trasferire da una sua proprietà di Napoli a Formia per farlo posizionare nella Chiesa di Stella Maris, oppure deve averlo acquistato in seconda mano da altri.

Tommaso Leonetti , conte di Santojanni, acquistò dalla famiglia Alecce , molto prima dell’inizio dell’ultimo evento bellico , la villa Formiana dai Torlonia, progettata e costruita sotto la direzione dell’arch. Gustavo Giovannoni nel 1913, chiamandola “Villa Laura “in omaggio alla sua consorte Donna Laura Caravita , figlia del marchese Don Giuseppe, principe di Sirignano, un paesino in provincia di Avellino.

Negli anni ’50 e ’60 la Villa , che si chiamava sia “Villa Leonetti ” sia “Villa Laura”, ebbe un periodo di notevole fama per cospicue frequentazioni giovanili dovute ad accordi tra il gestore locale e diverse comunità svedesi.

Oggi si chiama “Villa Maria Teresa” ed è di proprietà delle Suore Eucaristiche S.Vincenzo Pallotti che l’acquistarono dal Leonetti agli inizi degli anni ’70, con tre grossi imprenditori locali di allora interessati anch’essi all’operazione ma che però dovettero ” silenziosamente” ritirarsi dal concorrere alla possibilità di acquisto.

Al mio apprezzamento per questo capolavoro scultoreo e al mio approfondimento storico si è associato l’amico Don Francesco Cicione , che ringrazio infinitamente per il notevole supporto fornitomi per la realizzazione di questo articolo.

È stato anche lui a fornirmi la foto dell’altare della Chiesa che attualmente è chiusa per i agibilità della struttura .

Un capolavoro simile non poteva rimanere ignorato da una Città come Formia , ricca di storia, di siti archeologici e di notevoli opere d’arte conservate nelle chiese di tutto il territorio.

Allego tre foto del capolavoro in assoluto di Francesco Jerace : “La Victa ” scolpita a Torino.

Raffaele Capolino

CIPPO MILIARE IMPERATORE ROMANO “MASSENZIO” TROVATO A FORMIA

CIPPO MILIARE IMPERATORE ROMANO “MASSENZIO” TROVATO A FORMIAIMG_20200524_233302
Un giallo archeologico del nostro territorio

L’iscrizione era su un fusto di colonna alto palmi 5, di diametro palmi 1,5 .
Ne parla il Principe Carlo Ligny di Caposele sulle Antichità Ciceroniane pubblicate nel 1827 a Napoli , (presso Borel e Comp. ) in questi termini:

” L’ho dissotterrata accosto della Via Appia fra le moderne milliarie 45 e 46 , nel sito denominato Ponteritto. Questa doveva probabilmente essere situata nel luogo ove io l’ho ritrovata , o poco distante. ”

Questo reperto, purtroppo andato perso , aveva il seguente contenuto:

PER AUTORITÀ DEL NOSTRO
IMPERATORE MASSENZIO
SEMPRE VINCITORE ED
AUGUSTO PERPETUO
LXXXXII

Fu apposto a testimonianza di lavori di sistemazione dell’Appia Antica in quel tratto lontano da Roma 92 miglia.

Filippo Coarelli in un suo testo afferma che l’imperatore Massenzio fece ristrutturare un tratto di Appia da Formia a Sinuessa tra il 307 e il 312 d.C.

Massenzio Marco Aurelio Valerio ( 278 – 312 d.C.) fu imperatore romano dal 306 al 312 quando morì nella Battaglia di Saxa Rubra sulla destra del Tevere nei pressi di Ponte Milvio , vinta dall’Imperatore Costantino.
Il suo corpo fu trovato annegato nel Tevere assieme a gran parte del suo esercito.

Il reperto è citato e disegnato anche dal Mattej avendolo notato nel Lapidario di Villa Caposele divenuta Real Villa Caposele nel 1852.

Per onore di cronaca l’epigrafe è riportata pure in un articolo di G. Mastrojanni nel Libro: Maranola – Momenti storici agli albori del XX secolo.

Lo stesso Mastrojanni deceduto nel 1945, asserisce di averla rinvenuta , senza precisarne la data, nel ” Villaggio di Santagnoliello” posto nella zona di S.Croce di Formia , in ” una strada pavimentata da massi calcari, che forse poteva essere una diramazione della sunnominata Via Appia per cui il Villaggio era in comunicazione diretta coll’antica città di Minturno”

Nel suo articolo l’architetto G. Mastrojanni afferma ancora:

” Una moneta di Nerone trovata pochi giorni or sono , come tante altre trovate prima , ci fa supporre infine che” Santagnoliello” già doveva esistere ai tempi degli Imperatori Romani”

In pratica un reperto viene trovato nella prima metà dell’800 . Andato perso, viene ritrovato intorno ai primi anni del ‘900 nello stesso luogo del primo ritrovamento e scompare per la seconda volta !!!!!!!!!

L’epigrafe risulta pubblicata dalla Scuola Francese di Roma nel 1907.

Un vero e proprio giallo archeologico ambientato a Formia !!!!!

Raffaele Capolino

ANNO 1990 Un sopralluogo al Santuario di San Michele sul Monte Altino

ANNO 1990
Un sopralluogo al Santuario di San Michele sul Monte AltinoFB_IMG_1590295852183

Da sinistra: arch. Mario Chighine dipartimento di archeologia Università di Roma Tor Vergata; prof. Raimondo Zucca epigrafista Università di Sassari; arch. Salvatore Ciccone – Formia; Luigi Valerio – Formia.

L’arch. Mario Chighine ha contribuito, con la Dott.ssa Archeologa Nicoletta Cassieri e il prof. Gianluca Gregori, a sciogliere l’enigma del “Titulus pictus” di Via Mamurra a Formia.

Il prof. Raimondo Zucca e l’arch. Salvatore Ciccone sono autori di numerosi articoli sulla collana del ” Formianum”.

Luigi Valerio è un noto pittore di Formia.

Raffaele Capolino

LA “PILA” DEL PORTO CAPOSELE A FORMIA.

LA “PILA” DEL PORTO CAPOSELE A FORMIA.
FB_IMG_1590135946051Storia collegata alla struttura portuale e al significato del termine “Pila”

Verso la fine del primo secolo ac, Ottaviano, non ancora imperatore, ma alleato di Antonio e Lepido , decise lo spostamento graduale della flotta della Repubblica di Roma dal Sinus Formianus a Capo Miseno.
Fino ai primi anni del periodo imperiale Formia e Ravenna erano le due uniche basi militari navali di Roma.
Il “Sinus Formianus ” andava da Punta Stendardo a Capo Miseno e il porto principale di Formia era situato a Gaeta .

I confini del “Formianum ” andavano dal Torrente S.Croce a sud fino a qualche miglia prima di Sperlonga a nord , e all’interno dalla Valle di S.Andrea, Forcella di Campello, Monte S.Angelo e Monte Vomero, comprendendo anche la zona montuosa di Itri.

Il trasferimento fu dovuto al fatto che il Golfo di Formia era condiderato a rischio per agli atti di ” pirateria” di Sesto Pompeo ( figlio di Pompeo Magno) , oppositore del secondo triumvirato di Ottaviano.
Quest’ultimo, aiutato dal suo fido genero Agrippa, decise di trasferire con gradualità tutta la flotta tirrenica al golfo di Baia, subito dopo il Capo Miseno,
Ma occorreva prima realizzare le strutture portuali, incarico che fu affidato allo stesso Agrippa però che in poco tempo fece scavare un canale di 50 metri tra il mare e il Lago Lucrino, e poi un altro canale di 300 metri tra il piccolo lago Lucrino e il più grande Lago d’Averno.
Questo porto fu chiamato Portus Iulius in omaggio a Giulio Cesare .
I canali, larghi 50/60 metri, permettevano il transito contemporaneo delle navi in entrata e in uscita.

In pratica la flotta navale tirrenica di Roma imperiale , sarebbe stata alloggiata nei due laghi Lucrino e Averno.

Qualcosa non andò per il verso giusto.
Sia per il livello più basso del lago Averno, sia per i marosi che determinavano continui insabbiamenti dei due canali e dei due laghi, fu deciso, anche su parere di Marco Vitruvio Pollione, contemporaneo dei due e ingegnere militare di Ottaviano, di procedere alla costruzione di una doppia barriera cementizia frangiflutti posta sul mare di fronte all’ingresso del lago Lucrino.

Questa opera attenuò inizialmente il fenomeno di insabbiamento ma il problema si ripresento’ negli anni successivi.

Questa doppia barriera era in effetti una catena di grandi pilastri cementizi a formare due moli e aveva il nome latino “Pilae et moles”.
Vitruvio era convinto che con uso di pozzolana di Cuma ed altri accorgimenti da lui suggeriti, questa struttura sarebbe stata indistruttibile.

” eae autem structurae quae in aqua sunt futurae “.

Questa tecnica sperimentata al Miseno fu subito adoperata anche per altri porti aventi le stesse problematiche del Portus Iulius che fu pero’ attivo per pochissimi anni.

Possiamo supporre che la tecnica di Vitruvio possa essere stata applicata anche alle strutture portuali del Sinus Formianus, tant’è che ancora oggi sono visibili, anche se sommersi, notevoli resti cementizi chiamati dai marinai locali ” liett luong” nell’area marina chiamata oggi del “Caposele”.

La barriera cementizia a vista ” Pilae et moles” non durò in eterno come sperava Vitruvio.
Col tempo, anche se dopo alcuni secoli ,fu frantumata dai marosi e ridotta in massi sparpagliati in un raggio di un centinaio di metri di fronte all’imboccatura del porto Caposele.

Per questo motivo, anche se dopo molti secoli dalla costruzione, fu necessario porre un elemento visivo per segnalare un pericolo per il basso fondale e massi quasi a pelo d’acqua.

Dopo 2000 anni quella zona, per notizie tramandate oralmente tra generazioni, è ancora chiamata “la Pila” proprio da ” Pilae et moles” .

Poi il nome fu riferito quasi esclusivamente all’elemento visivo di cui ci stiamo occupando, ovviamente di età più recente, scomparso pochi anni fa alla vista di noi Formiani.

Fonti:molte notizie sono tratte dai testi di Vitantonio Sirago
Foto di Pietro Cardillo

Raffaele Capolino.

TRE REPERTI CON EPIGRAFI FORMIANE TRASFERITI A PORTICI NEL 1739 RITROVAMENTI DI STATUE E ISCRIZIONI SU MARMI AVVENUTI A CASTELLONE DI FORMIA ULTERIORI PARTICOLARI FORMIANI SU ANTONINO CONSOLE PRIMA DI DIVENTARE IMPERATORE.

TRE REPERTI CON EPIGRAFI FORMIANE TRASFERITI A PORTICI NEL 1739
RITROVAMENTI DI STATUE E ISCRIZIONI SU MARMI AVVENUTI A CASTELLONE DI FORMIA
ULTERIORI PARTICOLARI FORMIANI SU ANTONINO CONSOLE PRIMA DI DIVENTARE IMPERATORE.

” Nello scavamento fatto l’anno 1739 in Castellone dal Regio Ingegnero Don Francesco Barios, per ordine della Corte, tra l’altro ritrovate vi furono alcune statue di perfettissimo disegno, ma senza testa , vicino a due piedistalli ,in uno dei quali vi era la seguente inscrizione:

QUINTO CLODIO HERMOGENE ………..NO
………………V.C. CONS. CAMP……….
ORDO ET POPULUS
FORMIANUS
P………NO PRAEST …..N
………TISSIMO

e nell’altro solamente si leggea

PONCIO PAULINO
CONS………………..
…………………………
…………………………””””

(Barios fu incaricato dal Marchese Venuti )

“Tal piedistalli furono trasportati nella Real Villa di Portici , dove esso ( Il Marchese Venuti) li vide assieme ad una terza iscrizione :

FULVIAE ……………….
AUGURINIA ………….
NAE C.F………………..
DIONYSI CONS.VIRI
CORR.CAMP. UXORI
FORMIANI PUBLICE

Fulvia Augurinia era la moglie di Dionigi Correttore , che era lo stesso Consolare della Campania . Onde date le testimonianze sembrami indubitato che, Antonino, e in sequela tutti i Consolari suoi successori abbiano fatto in Formia la loro residenza.

Quando Antonino fu eletto Consolare , piantò il suo Pretorio in Formia , dove Adriano ( imperatore) possedeva molti beni . È quindi in sequela ebbero da far residenza tutti i consolari che gli succedettero.
Antonino (chiamato Pio dopo essere diventato imperatore) visse in Formia nelle accennate ville di Adriano ( suo padre adottivo) prima e dopo di essere stato imperatore.”

Questo è quanto scritto da Erasmo Gesualdo( il cui vero nome era Gonsalvo D’Amore ) in replica e in contrasto con il Pratilli autore della Storia della Via Appia.

Quinto Clodio Hermogene ( di cui ho visto la sua epigrafe da qualche parte ) fu “Vir clarissimus” Consolare della Campania e Patrono di Formia.

Sposò Tirrenia Anicia Giuliana della Gens Anicia attestata a Formiae , era di religione cristiana e figlio di Clodio Celsino Adelfio e di Faltonia Betizia Proba, una poetessa.

Dal suo matrimonio con Tirrenia nacque una figlia di nome Anicia Faltonia Proba ( forse in onore di uno dei primi santi di Castellone di quel periodo) : San Probo Vescovo di Formia nel 303 dc)
Quinto Clodio Hermogene fu Proconsole d’Africa nel 361, Praefectus urbi (369-370), Prefetto del Pretorio per l’Illirico e per l’Oriente, Console nel 379.

Per precisione occorre dire che il vero nome di Antonino era Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino nato a Lanuvio e che la gens “Arria” era attestata a Formia come narrato in un mio post recentemente riproposto.

Quante storie possono essere raccontate dai numerosi reperti romani rinvenuti nel nostro territorio Formiano.

Rintracciare e catalogare tutti i reperti della nostra città sparsi ovunque nel mondo e richiederne copie almeno per i pezzi più pregiati, sarebbe una cosa straordinaria.

Stati Uniti, Stato del Vaticano, Mantova,Sabbioneta, Portici, Napoli , Gaeta, Roma , Berlino, Londra , Copenaghen e chissà quante altre città hanno testimonianze storiche ed archeologiche riferibili al nostro passato.

Raffaele Capolino