QUESTI RESTI APPARTENGONO AD UN EPITAFFIO CHE RITROVIAMO IN UNA INCISIONE DEL VASI

QUESTI RESTI APPARTENGONO AD UN EPITAFFIO CHE RITROVIAMO IN UNA INCISIONE DEL VASI

Giuseppe Vasi realizzo’ l’incisione di cui alla foto 5 utilizzando un’opera di Sebastiano Conca commissionatagli da Erasmo Gesualdo nel 1754.

Nel disegno l’epitaffio è segnalato con la lettera F ed è posizionato sul lato opposto dell’Appia rispetto al Sepolcro di Cicerone , lato Itri.

Tutti gli elementi del disegno sono riferiti al Sepolcro di Cicerone per cui è da supporre che anche l’epitaffio fu realizzato per accogliere epigrafi riguardanti il Mausoleo dell’Oratore con probabile narrazione del tragico evento.

A noi è pervenuto solo il corpo in calcestruzzo romano di questo epitaffio, sporgente un mezzo metro circa ma con un’ampia base di appoggio.

Originariamente doveva essere rivestito in marmi e , forse , la sua epigrafe descriveva l’ultimo episodio della vita del Grande Oratore.

Altro particolare è quello contrassegnato dalla lettera E – Conserve di acque, che al momento non sono visibili ma che potrebbero essere nascoste tra la vegetazione o tra le numerose baracche poste alla base della collina di Acervara.

Erasmo Gesualdo e il Principe Carlo Ligny erano convinti che il sepolcro di Cicerone coincidesse con quello che oggi riteniamo sia il sepolcro di Tulliola , figlia di Cicerone , morta prematuramente a seguito di un parto.

Già nel 1754 si era a conoscenza di un reperto recante la scritta ” ACERBA ARA” che non può che essere riferita al Sepolcro di Tulliola morta all’età di trentatre’ anni nel 45 a.C.

Raffaele Capolino

L’ODISSEA DI UN DIPINTO DI PASQUALE MATTEJ ( Formia 1813 – Napoli 1879)

L’ODISSEA DI UN DIPINTO DI PASQUALE MATTEJ ( Formia 1813 – Napoli 1879)IMG_20200117_070839
Ritornò in Italia, dal continente asiatico, dopo oltre un secolo.

Agli inizi del 1900 questo dipinto fu acquistato in una galleria di Firenze da una nobildonna francese che , qualche anno dopo , promessa in sposa al Presidente del Bali , partì da Parigi portando con sé, tra le altre cose, questo dipinto dal quale non volle separarsi.

A nozze avvenute il prezioso quadro fu sistemato nel Palazzo Presidenziale di Bali , in Indonesia, dove rimase per oltre cento anni.

Con la morte della nobildonna e del suo coniuge, il dipinto fu venduto da un loro figlio ad un mercante d’arte di Bali che , avendo letto sul dipinto il nome dell’autore , si mise in contatto via ” internet ” , pochi anni fa, con un collezionista italiano estimatore delle opere del Mattej.

Il mercante di Bali aveva individuato la strada giusta perché la trattativa instaurata arrivò a conclusione con soddisfazione reciproca dei contraenti.

Fu così che questo dipinto, olio su tela di 68 x 90 cm con titolo ” Rebecca incontra Eliezer al pozzo di Nacor ” firmato “Mattej 1850″, finì di andare in giro per il mondo e poté ritornare in Italia e far parte di una collezione privata .

Si tratta di un’opera interessante e rara per il suo contenuto biblico, a noi sconosciuta fino a qualche anno fa , e prodotta dal pittore Formiano nel suo periodo più fecondo.

Raffigura l’incontro di Rebecca , figlia di Rachele e promessa in sposa ad Isacco , con un servo di Abramo ” Eliezer ” incaricato di condurre la donna nella dimora del suo futuro sposo.

Raffaele Capolino

MAUSOLEO DI GIUBA II E CLEOPATRA SELENE Storia collegata alla vita di Marco Vitruvio Pollione

MAUSOLEO DI GIUBA II E CLEOPATRA SELENE
Storia collegata alla vita di Marco Vitruvio Pollione

Il Mausoleo fu costruito da Giuba ll ( 52 a. C. – 23 d. C.) intorno al 3 a. C., in Mauritania, ex Numidia romana, nei pressi di Algeri.

Giuba II era un amico di Vitruvio ( 80 a.C. – 15 a.C.) considerato, dagli storici più importanti, nativo di Formia per la Gens Vitruvia ivi ben attestata e testimoniata dalla presenza di otto epigrafi.

Come già riportato in miei precedenti articoli, nella sua opera ” De Architettura”, Vitruvio cita più volte un giovane, chiamato Giuba Il, con cui afferma di aver anche coabitato.

Il padre di questo giovane era il re della Numidia, Giuba l che, per aver parteggiato per Pompeo, morì nella battaglia di Tapso ( aprile del 46 a. C.) vinta da Caio Giulio Cesare. Battaglia in cui, molto probabilmente, partecipò anche il trentaquattrenne Marco Vitruvio Pollione, come costruttore di catapulte, scorpioni, balestre ed altre macchine da guerra.

Il fanciullo Giuba II, di appena sei anni , fu portato a Roma dove visse prima in casa di Cesare e, dopo l’assassinio delle idi di marzo del 44 a. C., in casa di Ottaviano, ove nacque l’amicizia tra la terna: Vitruvio, Giuba ll e Ottavia, quest’ultima sorella di Ottaviano.

Vitruvio arriva a scrivere, sempre riferitogli da Giuba ll, che in Numidia c’erano :
“sorgenti che hanno il potere di rendere particolarmente predisposta al canto la voce degli abitanti del luogo”.

Plutarco nei suoi testi definì Giuba ll : ” Il più felice dei prigionieri mai catturati ”

Difatti fu concesso, al ventiduenne Giuba ll, di ritornare da re in Numidia dopo aver sposato Cleopatra Selene, figlia di Marcantonio e Cleopatra, entrambi morti nel 30 a. C. .

E’ probabile che lo stesso Vitruvio abbia seguito in Numidia , gli sposi Giuba ll e Cleopatra Selene , fatto che gli avrebbe consentito di raccontare nella sua unica opera “De Architettura ” molti particolari su questa provincia di Roma del nord Africa.

Inoltre il rapporto di amicizia, quasi fraterna, intercorso tra Vitruvio e Giuba Il, deve aver determinato, specie dopo la morte di Marco Vitruvio Pollione, un flusso migratorio della Gens Vitruvia verso la provincia della Numidia.

Ciò che giustificherebbe la presenza a Thibilis , in Numidia, di un arco di trionfo costruito e firmato da ” Marco Vitruvio Mamurra “.

In realtà, in sette città di questa provincia romana nordafricana, sono state rinvenute ben diciassette epigrafi ( notizia tratta da uno studio di Adelina Arnaldi su Formianum VIII – 2000) dove è riportato il ” nomen Vitruvio ” abbinato ai ” cognomen” :
Mamurra
Sex
Saturninus
Honorata
Victor
Seclura
Trophime
Gracilis
Maxima
Luciscus
Pottula
Arbuscla
Fortunata

Questo nutrito numero di epigrafi nordafricane non può che dare maggior credito alle ipotesi del flusso migratorio sopra citato.

Raffaele Capolino

FORMIA – VIA MAMURRA Il sito archeologico romano del “Titulus Pictus”

FORMIA – VIA MAMURRA
Il sito archeologico romano del “Titulus Pictus”

In Via Mamurra è possibile vedere resti di ambienti romani contraddistinti dalla contemporanea presenza di mura del periodo repubblicano e del periodo imperiale.

La parete orientale presenta un perfetto ” muro incertum” su entrambi i lati, mentre tutti gli altri resti murari mostrano un buon “opus reticolato” del periodo augusteo o successivo.

Quindi un probabile edificio pubblico su cui potrebbe aver posto gli occhi Marco Tullio Cicerone, fu restaurato successivamente alla sua morte, con tecnica più raffinata tipica del periodo imperiale.

Questo sito venuto fuori negli anni ’50/’60 del secolo scorso, non era altro che una scala voltata che portava dalla sottostante via Appia Antica alla sommità dell’arce romana, oggi chiamata Castellone.

In uno degli ambienti di questo sito archeologico, era conservata una importante e bellissima epigrafe murale che gli archeologi moderni chiamano “Titulus Pictus”, ossia una scritta in rosso su parete intonacata.

Predetta epigrafe, oggi purtroppo rovinata più dall’uomo che dal tempo, fu inizialmente studiata dall’epigrafista Lidio Gasperini che non ebbe però il tempo di concludere lo studio che fu continuato e portato a termine, recentemente, dagli archeologi Nicoletta Cassieri e Gianluca Gregori.

Lo studio di questi ultimi due archeologi, che fu aiutato da un precedente e più leggibile rilievo di Mario Chighine, ha portato a scoprire un elenco di circa trenta legionari romani graduati ( centurio, cornicularius, actarius, tesserarius ) tutti appartenenti alla ” Gens Valeria” ben attestata nel Formianum.

Si ipotizza che i suddetti trenta legionari formiani elencati, sicuramente legati tra loro da vincoli di parentela, siano stati adepti del ” culto religioso mitriaco ” molto diffuso nel mondo romano fino al terzo/quarto secolo dopo Cristo.

Consiglio, a chi fosse maggiormente interessato, di leggere predetto interessante studio che, digitalizzato, può essere reperito su internet digitando ” Tituli picti formiani Cassieri Gregori “, oppure rintracciare sempre su Google/fb un mio articolo in cui ho trattato l’argomento in termini più semplici.

Raffaele Capolino

MURA POLIGONALI ANTICHISSIME A FARANO DI FORMIA

MURA POLIGONALI ANTICHISSIME A FARANO DI FORMIA

Le immagini di queste mura sono inedite.

Su segnalazione di un amico è stato possibile localizzare questo bellissimo tratto di mura lungo sette metri circa e con altezza di metri due.

Si trovano nella zona di Farano, conosciuta in passato con il toponimo Casatico, sul fianco di una collina che guarda a mezzogiorno.

È probabile che i grossi blocchi calcarei, di seconda/terza maniera appena bugnati ma con precisi intagli per incastri, possano essere il risultato di lavorazioni avvenute in epoca preromana.

A poca distanza è stato rinvenuto lo spigolo di predetto tratto di mura costruito esclusivamente per necessità di livellamento del suolo, non avendo riscontrato resti di opere abitative nelle vicinanze.

Altri blocchi lapidei, appartenuti alla struttura muraria, sono sparsi nel territorio circostante.

Raffaele Capolino e Jeanpierre Maggiacomo

QUINTO AURELIO SIMMACO Il principio dei piaceri sorge dalla terra Formiana ………………………………………

QUINTO AURELIO SIMMACO
Il principio dei piaceri sorge dalla terra Formiana ………………………………………FB_IMG_1578692449516

Quinto Aurelio Simmaco (340 – 402 dc), che aveva una villa a Vindicio di Formia.

Simmaco, che era Senatore romano e scrittore è considerato, tuttora, il più grande oratore in lingua latina dell ‘ epoca , paragonato dai contemporanei a Marco Tullio Cicerone.

Fu ” proconsole ” d’Africa nel 373, ” Praefectus urbi” di Roma dal 383 al 385 e ” Console ” nel 391.

Era ammiratore di Formia , da lui elogiata in una sua lettera dove scrisse:

“Il principio dei piaceri sorge dalla terra Formiana; pur essendo parco, trascorsi in quel lido un maggior numero di giorni di delizie, avendo la grande salubrità dell’aria e la freschezza delle acque determinato l’indugio” ( Epistulae, lib. VIII,2).

“Principium voluptatum de Formiano sinu nascituri tanta cieli salubritate et aquarum frigore”
“Lo stimolo dei godimenti è generato al sito del golfo di Formia, per l’eccezionale mitezza del clima e per la freschezza delle acque”
( Simmaco Epistolarum 8.2)

Visse in un epoca di grande cultura , fu amico di S.Agostino e coetaneo di S.Damaso Papa, S.Girolamo e S.Paolino da Nola , ma fu credente ” pagano”, tant’è che si scontro’ con S. Ambrogio per far rimanere la Statua della Vittoria ( simbolo del paganesimo) nella Curia romana, ma la spuntò il Santo di ” Mediolanum” che fece sostituire la statua con la Croce di Cristo con il voto unanime dei senatori cristiani.

Come già riferito in altri post, presentò una interrogazione al Senato di Roma per lamentarsi del mancata riparazione della “noria ” di Conca che aveva la funzione di sollevamento delle acque della” Fons Artacia ” per immetterle nell’acquedotto romano di Vindicio , necessario alla sua Villa per le esigenze idriche.

Come Prefetto di Roma risolse una annosa vertenza tra Puteoli e Terracina per le assegnazioni di grano egiziano.
Dalle sue lettere sappiamo che solo Formia aveva il privilegio di essere rifornita di grano direttamente da Roma , come fosse una sua appendice:
” …per ricoprire il fabbisogno di grano della città di Formia si faceva ricorso allo storno dalle contribuzioni fiscali destinate a Roma ..”

Nell’area campano-laziale Simmaco aveva ville a Ostia, Laurento, Tivoli, Preneste, Formia ,Cuma, Bauli, Lucrino, Baia, Pozzuoli e Napoli.

Simmaco ereditò la villa di Formia da suo padre Lucio Aurelio Aviano Simmaco e la trasferì poi a suo figlio Quinto Fabio Memmio, per cui tre generazioni della “Gens Aurelia ” vissero nei nostri luoghi.

Così a Formia abbiamo avuto un altro grande oratore dopo Quinto Ortensio Ortalo, Gneo Pompeo Magno e Marco Tullio Cicerone.

Fonti : Epistolario di SIMMACO
Don Paolo Capobianco di Gaeta

Raffaele Capolino

HS DUCENTIS QUINQUAGINTA MILIBUS Duecentocinquantamila sesterzi

HS DUCENTIS QUINQUAGINTA MILIBUS
Duecentocinquantamila sesterzi

È l’importo che ricevette Cicerone nel 57 a. C. come danni immobiliari subiti dalla sua Villa del Formianum, confiscata nel 58 a. C..

L’ oratore nel 58 a. C. fu costretto ad andare in esilio per una legge penale retroattiva voluta da Publio Clodio e solo nell’anno successivo, grazie a Pompeo, gli fu consentito di rientrare a Roma.
Nel frattempo le sue proprietà immobiliari di Roma al Palatino ( vicino alla Domus di Cesare per essere Pontefice Massimo) , del Tuscolo ( oggi Frascati) e di Formia furono confiscate e, pertanto, andarono in rovina.

Lo stesso Oratore, in una sua lettera ad Attico scritta agli inizi di ottobre del 57 a. C., scrisse:

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” I Consoli, sentito il parere della Competente Commissione, hanno proceduto alla stima dei danni immobiliari subiti

Proprietà al Palatino = Duemilioni di sesterzi
Villa del Tuscolo = Cinquecentomila sesterzi
Villa di Formia = Duecentocinquantamila sesterzi

Tale stima viene disapprovata, e in termini energici, non solo da tutte le persone di rango, ma anche dalla plebe”

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Il monogramma HS era un modo semplificato per scrivere, specie sulle epigrafi, la parola : Sesterzi

Cicerone non si ritenne soddisfatto del rimborso per i danni immobiliari subiti, ma non fece storie.

Da una comparazione con la moneta attuale, il rimborso per i danni riguardanti la sola villa di Formia corrisponde a circa 1.250.000 euro odierni.
Una comparazione fatta con prezzi di beni primari rilevati da graffiti di Pompei, porterebbe a valutare € 6 ogni sesterzio di quel periodo che è però successivo di un centinaio di anni alla morte dell’oratore.
Cicerone fu costretto a chiedere aiuto finanziario al suo amico Attico per ricostruire le sue proprietà immobiliari di Roma, del Tuscolo e di Formia.
Sappiamo che Pomponia , sorella di Attico, aveva sposato Quinto, il fratello di Cicerone per cui quest’ultimo era legato ad Attico non solo per amicizia, ma anche per questo rapporto parentale.

Questa è, in breve , la storia della villa formiana di Cicerone nel momento in cui fu confiscata, depredata e poi ricostruita dopo il 57 a. C. con un parziale indennizzo stabilito dal potere centrale di Roma.

L’entità del rimborso dei danni subiti , peraltro non ritenuto adeguato da Cicerone, può darci un’idea di quanto potesse essere il valore complessivo della Villa di Formia nel periodo di massimo splendore.

Raffaele Capolino

Il PRESEPE DI TERRACOTTA NELLA CHIESA DI S.MARIA AD MARTIRES A MARANOLA-FORMIA La sua storia e i suoi restauri

Il PRESEPE DI TERRACOTTA NELLA CHIESA DI S.MARIA AD MARTIRES A MARANOLA-FORMIA
La sua storia e i suoi restauri

Il Presepe che è collocato in una cappella della Chiesa di S.Maria dei Martiri di Maranola, risale al XVI secolo. La cappella è composta da due volte sovrapposte con gli affreschi dei quattro Evangelisti sotto la volta superiore a crociera.

Predetti affreschi, essendosi deteriorati nei primi due secoli successivi all’impianto, furono coperti nel 1800 da una pitturazione a cielo azzurro stellato con sovrapposizione delle immagini dei quattro profeti: Isaia, Ezechiele, Daniele e Geremia con aggiunta della Sibilla Delfica.
Predetta sovrapposizione non pregiudico’ le sottostanti immagini affrescate che furono scoperte ed evidenziate da studiosi locali, negli anni ’70 del secolo scorso.
In buona sostanza, circa 50 anni fa si scoprì, sotto il cielo azzurro della volta superiore, la presenza pur deteriorata degli affreschi originari dei quattro Evangelisti.

Recentemente, in occasione del ll lotto di restauro, una speciale commissione di esperti della Soprintendenza ha deciso di ripristinare la situazione iniziale del sedicesimo secolo, con eliminazione delle immagini relative ai profeti e alla Sibilla realizzate nei secoli successivi.
In altre parole, in questa Cappella del Presepe, possiamo oggi ammirare solo le immagini affrescate e restaurate dei quattro Evangelisti e non più le immagini dei Profeti e della Sibilla Delfica.

Una decisione che ha suscitato meraviglia…… , dal momento che gli elementi pittorici eliminati rappresentavano, pur sempre, un arricchimento ulteriore del sito la cui scenografia era ormai sedimentata nella memoria delle generazioni pregresse.

Predette immagini eliminate, realizzate in tempera , erano pur sempre opere del 1800 , peraltro in buono stato di conservazione.

Il restauro, diviso in due lotti, ha interessato altresì , con risultati eccellenti, le statue della Madonna, di S. Giuseppe, il bue e l’asinello con il ripristino dei colori originari.

Il frontespizio del proscenio della Sacra Famiglia presenta invece una listellatura dei mattoni che appare fin troppo marcata, in chiaro contrasto con il mattonato pittorico retrostante del 1500.

I rimanenti elementi statuari del presepe , saranno oggetto di restauro nei prossimi mesi.

I restauri del primo lotto, furono finanziati per euro 20.000 da un cittadino di Maranola emigrato negli USA.

Il secondo lotto ha trovato copertura in 30.000 euro destinate dalla Giunta Bartolomeo insieme a circa 10.000 euro messi a disposizione dalla ” Associazione Maranola Nostra”

È giusto evidenziare che in uno studio condotto da parte di Anna Cavallaro e Stefano Petrocchi, a pagina 493 del Testo ” La Pittura del ‘400 dei feudi Caetani” 2013 Edizioni di Storia e letteratura, viene ritenuto attribuibile al pittore Cristoforo Scacco ( 1450 – 1500 ) o alla sua “scuola” , le figure del Monaco S. Brunone, di S. Caterina e degli Evangelisti presenti nella volta della Cappella della Chiesa di S. Maria dei Martiri di Maranola.

In uno dei sondaggi fatti dalla Soprintendenza, dietro la parete destra, guardando il presepe, è stato rinvenuto un affresco della ” Strage degli innocenti”, con lineamenti pittorici tipici del pittore Cristoforo Scacco.

In realtà, Cristoforo Scacco, pittore di origini veronesi, fu molto attivo a Fondi, a M. S. Biagio( dove aveva una bottega con allievi) e nel cincondario.

Raffaele Capolino

LUCIO VARRONIO CAPITONE FIGLIO DI LUCIO

LUCIO VARRONIO CAPITONE
FIGLIO DI LUCIO


“Curator aquarum” di Formiae romana

È il personaggio della Formiae romana che è stato premiato con il maggior numero di basi onorarie , statue ed epigrafi.

Certamente è stato anche il ” curator aquarum ” con il maggior consenso pubblico . È l’unico di sicuro ad aver gestito il Cisternone di Castellone , elemento principale per la distribuzione delle acque pubbliche.

La prima base è conservata nel lapidario di Villa Rubino ex Villa Real Caposele appartenuta, come bene personale, alla famiglia reale dei Borbone.(foto 1)

L’ultimo re borbonico che pote’ godersi i piaceri di questa villa a mare, forse appartenuta anche M.Tullio Cicerone, fu Francesco II che la possedette per un periodo inferiore ai due anni.

Torniamo al nostro Curatore delle acque, di cui abbiamo molte notizie.
Innanzitutto apparteneva alla Gens Palatina e sappiamo anche il nome della consorte, Gavia Eugenia , da una base onoraria esposta sotto il Palazzo Comunale di Formia, lato Via Vitruvio.(foto 2)

La sua qualifica di ” patronus coloniae ” ci induce a pensare che abbia operato non prima del secondo sec. d.C.
Formiae rimase municipio fino all’età di Adriano, quando fu da quest’ultimo elevata al rango di colonia.

Le altre due iscrizioni, su imponenti basi onorarie, le troviamo ancora sotto il palazzo comunale .(foto 2 e 3)

Dalla lettura delle tre epigrafi sappiamo che L. Varronio Capitone fu anche uno ” scriba aedilicius ” ( un magistrato ) e ” duoviro quinquennalis” .

In una iscrizione il nostro personaggio fa parte di un “ORDO REGALIUM ” in un’altra è invece membro di un ” ORDO DECURION “.

Due di queste basi onorarie con statue furono poste a sue spese ( Pec sua / Sua pecunia posuit).

In alcuni testi storici Formiae e’ chiamata la città dei Capito o dei Capitone , evidentemente per la diffusione di questo “cognomen” .

Raffaele Capolino

TRATTO DI ACQUEDOTTO ROMANO A CONCA DI GAETA VENUTO ALLA LUCE POCHI MESI FA

TRATTO DI ACQUEDOTTO ROMANO A CONCA DI GAETA VENUTO ALLA LUCE POCHI MESI FA

Un tratto dell’acquedotto romano, nei pressi della Chiesetta della Madonna di Conca a Gaeta, è venuto recentemente alla luce durante lo scavo per la sistemazione di un ingresso ad un parco residenziale in corso di costruzione.

I luoghi erano già noti per due porzioni di pareti in ” opus reticolato” per cui grande è stata la soddisfazione mia e di Jeanpierre nel riscontrare questo nuovo sito che si aggiunge ai numerosissimi siti romani già conosciuti a Formia, a Gaeta, a Itri, territori che facevano parte del Formianum nel periodo romano.

Lo speco di un acquedotto romano è emerso, in tutta la sua bellezza con fondo e pareti in ottimo stato e splendido “cocciopesto” laterale.

Ormai sappiamo che due tratti diversi di acquedotti romani , raccoglievano le acque dalla collina di Conca per trasferirle ad ovest verso la piana di Arzano e ad est verso la piana di Vindicio.
Lo speco rinvenuto recentemente si riferisce al primo tratto, oggi in territorio di Gaeta.

La Soprintendenza, interessata prontamente dai proprietari del parco, ha ritenuto di far installare un sistema di consolidamento costituito da una struttura metallica in acciaio con cinque tiranti che hanno lo scopo di evitare il crollo della parete occidentale.

Dalla pendenza del piano dello speco, è stato possibile capire che la sorgente era posta sul monte di Conca e che la destinazione della condotta doveva essere la piana di Arzano, forse a servire cisterne di importanti “domus” romane di grandi personaggi.

Il tratto di acquedotto in oggetto è in effetti a pochi metri dai resti di una ” domus” che si ritiene appartenuta a Quinto Ortensio Ortalo (114 – 50 a. C.) , un oratore e avvocato , superato in abilità oratoria solo successivamente dal giovane Marco Tullio Cicerone che aveva anch’egli, a poco meno di un miglio, una “domus” a Vindicio.

Si potrebbe altresì ipotizzare che Cicerone, nel 70 a. C., abbia acquistato la sua villa nel Formianum per godere della vicinanza di Ortensio, suo modello di oratore.

Ortensio è famoso anche per un curioso episodio narrato da Plutarco.

In tarda età, ricchissimo e senza prole, Ortensio chiese ed ottenne ” in prestito” da Catone Uticense, la moglie Marzia, peraltro in quel momento in stato di gravidanza.
Ortensio visse alcuni anni con Marzia da cui ebbe un figlio, a cui dette il nome della sua ”
gens”.
Dopo la morte di Ortensio, Marzia, divenuta ricchissima, risposo’ il suo primo marito Catone che continuò ad amarla e a rispettarla.

Nel ” Formianum” hanno posseduto dimore lussuose i quattro oratori/avvocati più noti e più importanti del periodo romano:
– Quinto Ortensio Ortalo ( primo sec. a. C)
– Marco Tullio Cicerone ” ” ”
– Gneo Pompeo Magno ” ” ”
– Quinto Aurelio Simmaco (quarto sec. d. C.)

A questi quattro va aggiunto Elvio Mancia, un oratore nato a Formia che ci ha lasciato un frammento oratorio di una causa in cui l’avvocato della controparte era Gneo Pompeo
Magno (106 – 45 a. C.).
Helvius Manciam, questo il suo nome in latino, era contemporaneo di Pompeo e di Cicerone, pur se di età più avanzata.
Ebbe scontri verbali con questi due grandi personaggi, episodi che sono riportati nella sua orazione pervenutaci e nel De Oratore di Cicerone (libro 02 pag. 65-70)

Mie e di Jeanpierre Maggiacomo le foto

Raffaele Capolino